Questo articolo è stato pubblico su Limes n. 11 del 2017

Il rapporto tra Italia e Somalia – e più in generale quello con i paesi un tempo parte del nostro sistema coloniale – rappresenta ancor oggi un elemento delicatissimo sia sotto il profilo storico che quello politico.

Molte sono le regioni di questa sensibilità, che nel caso della Somalia sono amplificate dalle conseguenze di un collasso istituzionale che ha generato il primo – e forse unico – “Stato fallito” della storia post secondo conflitto mondiale.

Il caso della Somalia è tuttavia sui generis sotto molti punti di vista, soprattutto in funzione dell’intensità dei fattori di crisi sprigionati dalla perdurante instabilità, ma anche in conseguenza della particolare ambiguità attraverso la quale è stato gestito il rapporto politico con il paese, la narrativa del rapporto storico e la tragica conclusione del nostro impegno politico attivo nei primi anni Novanta.

Le radici del colonialismo italiano in Africa

La storia del rapporto tra Italia e Somalia nasce poco dopo la metà dell’800, nel quadro di quel tentativo di sviluppo di un sistema coloniale fortemente voluto dal governo presieduto dal presidente del consiglio Luigi Federico Menabrea.

Dopo un primo insediamento in Eritrea nel 1869, gli italiani stipularono un accordo commerciale con il sultano Yusuf Ali Kenadid nel 1888, trasformando di fatto il sultanato di Obbia in un protettorato italiano.

Si poneva in tal modo la prima pietra della penetrazione coloniale italiana in Somalia, costruita da una parte sul presupposto di interessi politici e – soprattutto – commerciali per l’Italia, e dall’altra sull’interesse all’espansione territoriale dei diversi sultanati locali, da sempre in contrasto tra loro.

Le ragioni dell’interesse coloniale italiano furono molteplici, ma quelle di natura economica assunsero sin dal principio un’importanza prioritaria. La necessità di rimpinguare le casse dello Stato dopo la terza guerra d’indipendenza – perseguendo peraltro l’idea di un pareggio di bilancio ritenuto inizialmente dalle sinistre come un imperativo per la sostenibilità politica – fecero intuire al presidente Menabrea l’importanza di sostenere lo sviluppo degli interessi economici al di fuori della tradizionale area di interesse del Paese. Questo progetto, secondo le intenzioni di Menabrea, avrebbe dovuto svilupparsi attraverso la costituzione di una rete di interessi commerciali connessa alle principali rotte del commercio marittimo, che con l’apertura del Canale di Suez potenziava ulteriormente il ruolo del Mediterraneo e conseguentemente dell’Italia.

La strategia economica alla base della progetto coloniale, quindi, aveva inizialmente interesse all’acquisizione di porti e rade dove gestire attività economiche di supporto ai traffici marittimi, con una scarsa attenzione per il controllo territoriale dell’entroterra, se non meramente a fini difensivi degli interessi costieri.

L’idea italiana di sviluppo dei propri interessi economici nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano, quindi, era costruita sulla possibilità di realizzare un insieme di strutture portuali a sostegno dei crescenti flussi marittimi provenienti dall’Oriente e diretti verso il più veloce e facile transito Mediterraneo di Suez, determinando in tal modo una rete commerciale marittima che non si ponesse come diretta competitrice di quella inglese e francese, ma, al contrario, fosse a queste funzionale.

Lo sviluppo di un interesse più squisitamente coloniale, invece, iniziò nel decennio successivo, soprattutto per iniziativa delle missioni di esplorazione sul continente africano ed in particolar modo della Società Geografica Italiana – come ricorda Giancarlo Monina nel volume “Il consenso coloniale italiano da Assab ad Adua” – che rappresentarono l’avanguardia di quel pensiero politico che trovò poi in Francesco Crispi l’artefice della trasformazione coloniale, con l’avvio dell’espansione territoriale che con il Trattato di Uccialli del 1889 sancì la creazione di un vero dominio territoriale dell’Italia sul suolo Africano.

Attraverso un miscela di interessi economici e modeste velleità politiche di una giovane nazione con ambizioni spesso non commisurate alle proprie capacità, l’Italia intraprese lo sviluppo del suo sistema coloniale dapprima nel Corno d’Africa e poi in Nord Africa, con la faticosa conquista della Tripolitania e della Cirenaica.

Senza entrare nel merito dell’evoluzione storica dell’espansione coloniale italiana, la cui ultima fase coincise con il ventennio del regime fascista, è in questa sede opportuno ricordare come il progresso di questa visione politica non fu solo il frutto di una rinnovata ambizione politica post-unitaria dell’Italia, quanto parte di una strategia più complessa, fortemente caratterizzata dall’esigenza di risolvere i gravi problemi economici ed occupazionali dell’Italia unita.

La crisi del settore agricolo, successiva all’introduzione sui mercati europei della produzione cerealicola del continente americano, colpì duramente l’Italia di fine ‘800, generando flussi ingenti di migrazione in direzione del Nord e Sud America e del Nord Europa, spopolando il meridione e determinando quello squilibrio nello sviluppo delle attività industriali che caratterizzerà poi la storia nazionale nei decenni a venire.

La politica coloniale, quindi, venne concepita dapprima come mera attività economica, senza alcun reale interesse per il dominio di terre o popolazioni straniere, progressivamente trasformandosi tuttavia in una strategia sì d’ambizione politica, ma anche e soprattutto di interesse sociale ed economico, atta a favorire lo sviluppo di opportunità per quelle sempre maggiori masse di italiani costrette a vivere nel sottosviluppo e nella povertà.

L’espansione coloniale sembrò quindi a più riprese rappresentare una panacea ai problemi strutturali dell’economia italiana, venendo di volta in volta giustificata anche da ragioni politiche, ideologiche e militari.

In tal modo, quindi, l’esperienza coloniale italiana non fu concepita come mera azione di saccheggio delle ricchezze locali – peraltro modeste o dal potenziale ancora sconosciuto nelle aree di dominio italiane – quanto piuttosto come progetto di sviluppo per la gestione di interessi sociali ed economici difficilmente conciliabili con la realtà del nuovo stato unitario.

Ed è in funzione di questa progettualità di lungo periodo, finalizzata alla stanzialità di un numero crescente di coloni italiani, che le diverse amministrazioni coloniali chiesero ed ottennero lo sviluppo di ingenti infrastrutture, sovvenzionate non già dal ritorno economico dello sfruttamento locale ma dalla visione di lungo periodo del governo nazionale, che sul progetto coloniale investì nell’ottica di realizzare quel sogno di opportunità che spingerà centinaia di italiani senza lavoro e senza speranza a preferire l’Africa Orientale ai ben più ricchi mercati del Nord e del Sud America.

Questo non significa ovviamente che quello italiano fu un colonialismo generoso o differente dagli altri nella gestione del rapporto con le società locali, vessate ed emarginate al pari di quelle sottoposte al dominio degli altri paesi europei.

L’Italia impose il primato del colono europeo in modo violento e brutale, facendo ricorso ad ogni tipo di armamento – anche quelli ormai vietati dalle convenzioni internazionali – per sopperire alla propria evidente difficoltà militare sul terreno, imponendo successivamente un profondo solco tra le comunità locali e quelle coloniali.

Il Paese investì enormemente in Africa, ed è vero che questo probabilmente costò più denaro di quanto se ne potè mai incassare dallo sfruttamento economico delle risorse locali, ma questo sviluppo infrastrutturale fu concepito solo ed esclusivamente ad uso delle comunità italiane ed in previsione di una loro lunga permanenza sul terreno.

Il Corno D’africa e la Libia furono quindi principalmente quelle regioni “d’orizzonte” verso le quali un paese perennemente caratterizzato da squilibri economici e sociali cercò di indirizzare quella componente della sua popolazione cui non sarebbe stato possibile offrire alcun futuro ed alcuno sviluppo sul territorio nazionale, sottraendola tuttavia al tempo stesso al massiccio fenomeno delle migrazioni che avevano già portato milioni di italiani all’estero.

L’Italia e la Somalia dalla fine del colonialismo allo “Stato fallito”

Il rapporto post coloniale dell’Italia con la Somalia venne costruito sulle ceneri di quell’impero immaginario che il fascismo aveva cercato di affermare attraverso la narrativa di regime, dopo l’umiliazione di una cocente sconfitta militare – e l’Africa Orientale rappresentò proprio la prima cocente sconfitta del fascismo – e nel tentativo di tutelare quel poco che restava della proiezione internazionale dell’Italia dopo la fine del conflitto.

Le nuove autorità politiche repubblicane dovettero faticare non poco per ottenere dalla comunità internazionale l’Amministrazione Fiduciaria della Somalia, nel 1950, con un mandato decennale che assegnava all’Italia la transizione post coloniale del paese e alla Gran Bretagna quella del Somaliland.

L’esperienza dell’Amministrazione Fiduciaria è oggetto ancor oggi di interpretazioni controverse e in ogni caso molto differenti tra loro, frutto di quel dualismo che dalla fine della seconda guerra mondiale ha diviso non solo l’africanistica all’interno dell’accademia italiana, quanto più in generale il settore della politica estera e della cooperazione.

La nascente – e dominante – cultura antifascista sviluppatasi all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale, ha dato vita a più correnti interpretative all’interno dell’africanistica universitaria, spaziando dal terzomondismo al realismo. È a questa inutile polarizzazione del dibattito che deve essere attribuita la responsabilità di una progressiva perdita di rilevanza degli studi africani, caratterizzati in una certa fase – e per lungo tempo – da un confronto di natura ideologica che ha non solo anemizzato la produzione scientifica, ma ha del tutto annullato l’interesse politico ed economico in direzione del continente africano.

Al tempo stesso è sopravvissuto un anacronistico, quanto inutile, filone di studi storici e politici caratterizzati dalla più marcata impronta revisionista, che ha cercato – con scarsissimo successo – di costruire un’immagine positiva dell’esperienza coloniale italiana e un approccio propositivo di stampo neocoloniale per la definizione della politica estera italiana in loco.

Il contributo di queste esperienze è stato fatale per la definizione di un sereno, lucido e costruttivo rapporto politico ed economico dell’Italia con il Corno d’Africa – ma più ad ampio raggio con l’intero continente africano – che è quindi transitato attraverso esperienze mediamente fallimentari.

L’Amministrazione Fiduciaria italiana, al netto delle critiche o degli elogi espressi dalle fazioni che si dividono la componente storica dell’africanismo, è stata al tempo stesso una positiva riscossa del passato coloniale italiano e un tentativo neocoloniale di costruire ed esercitare un ruolo di indirizzo sulla giovane repubblica somala.

Se all’Italia deve essere riconosciuto di avere investito in dieci anni ingenti capitali, risorse umane e mezzi per dotare la futura amministrazione somala degli strumenti necessari a gestire l’indipendenza, al tempo stesso non può essere sottaciuto come l’impostazione del modello politico ed istituzionale trasferito ai somali abbia rappresentato non solo una forzatura rispetto alla fisionomia sociale del paese, ma anche e soprattutto la causa di quell’interminabile serie di conflitti politici e violenze che caratterizzerà la storia del paese sino ai giorni nostri.

L’Amministrazione Fiduciaria ha lavorato alla costruzione di un sistema politico di fatto compatibile con quello occidentale, favorendo al tempo stesso la costruzione di un rapporto privilegiato con l’Italia attraverso la formazione di una classe dirigente organizzata tuttavia secondo schemi molto lontano da quelli che caratterizzano il tradizionale contesto sociale somalo, impostato sui clan e sul ruolo di strutture decisionali forse meno democratiche ma di certo più funzionali rispetto a quelle inutilmente imposte dagli italiani e dalla comunità internazionale.

Non stupisce, quindi, come l’esperienza istituzionale indipendente abbia avuto vita davvero breve. Il primo presidente della repubblica somalo fu Aden Abdullah Osman Daar, conosciuto come Aadan Cadde, che assunse i poteri dopo essere stato eletto dall’Assemblea Legislativa che lo aveva acclamato al suo vertice nel 1956. Venne sconfitto alle elezioni presidenziali del 1967, quando venne eletto a succedergli Abdirashid Ali Shermanke, e si ritirò serenamente dalla politica diventando il primo capo di Stato somalo – e probabilmente dell’Africa – a lasciare il potere in modo democratico e non violento.

L’Italia non seppe cogliere i segnali di crisi della politica somala all’indomani dell’indipendenza, così come non riuscì ad arginare il crescente fenomeno della corruzione che dilagava soprattutto all’interno del tessuto istituzionale, fornendo un apporto quasi inesistente e finendo per essere percepita più come un come fattore destabilizzante che non come quel polo di stabilità e indirizzo che l’Amministrazione Fiduciaria avrebbe voluto idealmente realizzare.

Shermanke venne assassinato nel 1969, e poco dopo un colpo di stato militare portò al vertice del potere politico somalo il generale Siad Barre, con cui l’Italia stabilì sin dapprincipio un rapporto amichevole e cooperativo.

Le dinamiche politiche della guerra fredda dettarono tuttavia il passo dei successivi vent’anni di rapporto con la Somalia, che transitò attraverso una prima fase di autoritarismo moderatamente modernista per poi naufragare nel nazionalismo che, all’indomani della fallimentare guerra in Ogaden, segnò il definitivo declino di Siad Barre e dell’intera Somalia.

L’Italia riuscì – non senza qualche difficoltà – a mantenere un rapporto mediamente stabile con la Somalia di Siad Barre, nonostante i mutamenti di fronte ideologico, delle alleanze internazionali e delle dinamiche politiche regionali.

Siad Barre divenne anzi funzionale agli interessi politici ed economici dell’Italia, in una spirale progressivamente sempre più torbida che non tardò a sfociare nell’illecito degli affari gestiti dalla criminalità organizzata, dalla corruzione politica e dal crescente appetito di imprenditori tanto capaci quanto criminali.

La dimensione degli affari economici dell’Italia nel ventennio di potere di Siad Barre fu essenzialmente concentrata nella partecipazione alle attività della produzione agricola – soprattutto banane – dell’allevamento e della pesca, con una sporadica quanto improduttiva fase di interesse per il settore minerario e degli idrocarburi.

Più che uno sfruttamento economico delle risorse locali, tuttavia, il rapporto fu caratterizzato dal sostegno della cooperazione e dall’investimento in direzione di infrastrutture ritenute fondamentali per lo sviluppo politico e sociale.

Un’esperienza sicuramente importante della cooperazione tra Italia e Somalia fu quello dell’Università Nazionale Somala, realizzata, finanziata e gestita da un programma di cooperazione che portò ad una rotazione dei programmi di insegnamento con l’Italia e allo sviluppo di programmi didattici di fondamentale importanza per il paese.

La critica che è stata spesso mossa al programma della cooperazione universitaria è quella di non aver provveduto ad una contestuale adeguata formazione primaria e secondaria dei giovani somali, riducendo in tal modo terribilmente la forbice degli accessi alla formazione superiore e potendo in ogni caso disporre di studenti con una carente preparazione di base rispetto alla media europea. Ciononostante, anche nella memoria dei somali, l’esperienza dell’Università Nazionale ha lasciato un solco tanto profondo quanto positivo, parzialmente correggendo quell’immagine progressivamente negativa costruita sugli scandali della cooperazione, del rapporto economico bilaterale e più in generale del sostegno al regime di Siad Barre.

L’Italia venne infine travolta dal collasso del regime, ma anche dalle dinamiche di scontro all’interno delle forze rivoluzionarie che si dividevano la causa dell’opposizione a Siad Barre, non riuscendo ad individuare alcuna strategia per mediare tra Ali Mahdi e Farah Aidid, finendo per inimicarsi di fatto entrambi.

L’uscita dalla Somalia al collasso fu rapida e dolorosa, segnata da alcuni tragici omicidi come quelli del ricercatore siciliano Giuseppe Salvo o del vescovo di Mogadiscio Pietro Salvatore Colombo, che furono senza ombra di dubbio attacchi diretti all’Italia e alla sua controversa posizione politica nel complesso rebus somalo.

Non meno problematica fu la partecipazione dell’Italia alla missione umanitaria a guida ONU – Restore Hope – che cercò di rientrare in Somalia all’indomani della fine del regime di Siad Barre, che fu possibile solo per l’insistenza del governo italiano nel voler essere parte di un’operazione che riteneva strategica per la gestione dei propri interessi.

Gli Stati Uniti e buona parte dei paesi europei non vedevano di buon occhio un ritorno dell’Italia nella Somalia al collasso, ritenendo il nostro paese profondamente compromesso con tutte le parti coinvolte nel conflitto, e potenzialmente in grado quindi di alterare i difficilissimi equilibri politici locali.

Ciononostante, l’Italia riuscì ad imporre la propria linea e dispiegò a Mogadiscio un consistente contingente militare che venne ben presto impegnato in operazioni di combattimento con le milizie che si dividevano il territorio.

L’escalation della crisi somala ebbe il suo culmine, e il suo epilogo, quando le forze statunitensi ingaggiarono una lotta senza quartiere contro Farah Aidid, ritenuto il vero artefice dell’instabilità locale, sospettando gli italiani di collusione con il suo clan e con le sue milizie.

Il bilancio dell’operazione in Somalia, conclusasi con 11 caduti, fu tragico sotto ogni punto di vista. L’Italia aveva dimostrato di non solo di non essere in grado di fornire alcun apporto alla  pacificazione della sua ex colonia, ma aveva anzi palesato l’evidente quanto controversa natura del suo rapporto con le differenti milizie in lotta tra loro, evidenziando responsabilità politiche che affondavano le proprie radici nella gestione politica del rapporto bilaterale dei vent’anni precedenti.

Italia e Somalia oggi

L’oblio in cui cadde la Somalia all’indomani della precipitosa fuga della missione a guida ONU a metà degli anni ’90, terminò solo con l’ascesa al potere delle Corti Islamiche nel 2004 e con la conseguente operazione militare dell’Etiopia, contrastata da quelle milizie islamiste poi tristemente conosciute come l’al Shabaab.

La Somalia restò di fatto isolata dal resto del mondo per quasi un decennio, governata da bande di warlord prima e dalle milizie islamiste poi, raggiungendo livelli di violenza mai sperimentati nemmeno durante gli anni della guerra civile.

La comunità internazionale restò a i margini della crisi somala sino alla fine del primo decennio del nuovo millennio, per poi essere costretta ad interessarsene di nuovo in conseguenza del fenomeno della pirateria nell’Oceano Indiano e della diffusione del rischio terroristico connesso all’operato delle milizie islamiste somale.

Con il collasso istituzionale della Somalia e l’uscita delle forze del contingente di pace, complice l’assenza di un interlocutore privilegiato all’interno del conflitto civile locale, i rapporti tra Italia e Somalia caddero in un oblio che durò oltre un decennio. I somali in fuga dalla guerra verso l’Europa accusarono l’Italia di averli abbandonati, di non favorire l’ingresso in Italia dei profughi e di aver tradito il lungo – quanto controverso – legame tra i due paesi.

Buona parte dei flussi migratori in uscita dal Corno d’Africa – inclusi gli Eritrei in fuga prima dalla guerra e poi dal regime di Isaias Afewerki, e gli etiopi in fuga dalla povertà e dalla crisi economica – non riuscì mai a costituire una comunità stanziale in Italia, venendo osteggiati o semplicemente ignorati dalle autorità nazionali.

Buona parte di questi profughi  – perché tale fu lo status loro accordato – si diresse poi verso le comunità somale ed eritree del Nord America e del Nord Europa, ignorando l’Italia e privandola di quella che sarebbe certamente stata una risorsa migratoria preziosa e culturalmente affine.

Con la fine del governo federale di transizione e l’elezione del primo governo somalo presieduto da Hassan Sheikh Mohamud, la comunità internazionale iniziò ad interessarsi nuovamente alla Somalia, promettendo sostegno economico e un solido contributo sul piano della sicurezza. Anche l’Italia iniziò nuovamente a partecipare alla ricostruzione della Somalia e al consolidamento delle sue istituzioni, fornendo addestramento per le forze di Polizia, erogando finanziamenti per la ricostruzione e lo sviluppo, partecipando alle missioni anti-pirateria ed infine inviando un proprio – piccolo – contingente in seno al programma EUTM per l’addestramento delle forze militari e di polizia della Somalia.

Nonostante i promettenti auspici connessi al rinnovato clima politico, ben presto la Somalia cadde ancora una volta nell’instabilità provocata dalla corruzione e dalla violenza delle diverse forze che si dividono il territorio, tra cui quelle dell’al Shabaab.

Molto poco in realtà è stato fatto sul piano internazionale per consolidare la capacità di ripresa delle istituzioni somale, e l’assenza di una strategia condivisa ha fortemente compromesso la capacità delle non poche iniziative militari e civili presenti sul territorio.

La Gran Bretagna ha promosso attraverso la periodica conferenza di Londra uno strumento atto a catalizzare gli interessi dei somali residenti nel nord Europa intorno a quelli britannici, che di fatto sono da sempre promotori di una forte federalizzazione o della separazione del Somaliland dal resto del paese. L’ambigua politica inglese, non condivisa dall’Italia – così come dalla gran parte degli europei – ha determinato un generale imbarazzo nella gestione del supporto internazionale al paese, generando a cascata una stasi operativa che non ha permesso di spaziare doverosamente nel programma di aiuto alla Somalia.

In tal modo, le uniche politiche proposte al paese hanno riguardato essenzialmente il sostegno al settore della sicurezza abbandonando ogni ipotesi di coinvolgimento e di sforzo economico nella progettazione e nello sviluppo di un concreto piano di rilancio dell’economia nazionale e della stabilità.

L’interesse dell’Eni per l’esplorazione del tratto di mare a cavallo del confine marittimo meridionale del paese è oggetto di un’accesa controversia con il Kenya per la definizione dei confini, che rischia di impiegare per la soluzione più tempo di quanto inizialmente ritenuto necessario dall’Eni, facendo in tal modo assumere ai potenziali giacimenti somali – tutti da dimostrare nella loro misura e qualità – un valore ed interesse completamente diverso.

Il rapporto odierno dell’Italia con la Somalia è quindi politicamente stabile e cordiale, sebbene caratterizzato dalla sola dimensione degli aiuti umanitari e sociali e da quelli all’addestramento del personale militare.

La politica estera dell’Italia verso la Somalia è piombata in un nuovo oblio, fortemente determinato dal costante disinteresse per la politica estera da parte delle forze di governo, cristallizzando la dimensione del rapporto con Mogadiscio d fatto intorno al mero piano della sicurezza e degli aiuti umanitari.

Alle obiezioni mosse dalla Farnesina alle costanti critiche inerenti la mancanza di una strategia e una visione africana della nostra politica estera – e soprattutto una totale assenza di visione nel Corno d’Africa – si contrappone invece oggi l’attivismo turco nel paese e quello delle monarchie del Golfo Persico.

La Turchia ha sviluppato i suo interessi africani intorno alle forze dei gulenisti, e non è quindi chiaro quale possa essere il futuro dell’ingente programma di cooperazione militare ed economica avviato in Somalia.

Ciò che desta maggior timore, invece, è oggi il dualismo tra Arabia Saudita e Qatar nel paese, che riflette la grave crisi diplomatica in atto tra i due paesi e che rischia di provocare un’escalation sul piano della sicurezza nazionale.

L’Italia risulta invece totalmente assente sul piano delle grandi dinamiche della politica interna somala, rischiando di perdere quel poco rimasto del suo ruolo nel corso degli ultimi quattro decenni, nell’ambito di una società del tutto differente da quella con cui abbiamo interagito per anni. La lunga e dolorosa guerra civile ha spazzato via buona parte dell’italianità della società somala, a partire dalla conoscenza della lingua, sempre più rara tra le più giovani generazioni, che hanno del tutto perso il contatto con l’Italia e rimosso buona parte della memoria storica contemporanea.

Alle grandi potenzialità espresse dal paese si contrappone oggi la variabile dei lunghi tempi di conseguimento, scoraggiando in tal modo qualsiasi investitore o interesse economico capace di portare in Somalia quella massa critica di denaro e posti di lavoro che potrebbe oggi fare effettivamente la differenza. L’Italia, assente anche sul piano economico, rischia quindi di diventare per la Somalia un partner generico quanto anonimo, avendo ormai di fatto perso quel connotato speciale che – nel bene o nel male – l’ha sempre caratterizzata e posizionata nel passato  come un elemento integrante della storia e della società somala.

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