Il governo etiopico è in procinto di iniziare il processo di ricollocazione dei rifugiati eritrei presenti nel campo di Hitsats, nel Tigray settentrionale, dove risiedono circa 20mila persone. La decisione ha sollevato polemiche per le possibili ripercussioni del provvedimento rispetto alla campagna di contenimento dell’epidemia Covid-19 nel Paese, ma anche per l’incerto destino dei rifugiati in assenza di servizi di assistenza essenziali. La misura era già allo studio da tempo ed era stata comunicata ufficialmente all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per Rifugiati all’inizio di marzo.

Le motivazioni, secondo le autorità, vanno ricondotte alla carenza di infrastrutture adeguate e alla necessità di riorganizzare lo strumento dell’assistenza a fronte della riduzione dei fondi disponibili. Da più parti, però, è stata obiettata la natura politica del provvedimento in questione. Alcuni media hanno attribuito la stretta al Tigray People’s Liberation Front. Tale interpretazione si basa su presunte pressioni di agenti del TPLF sui rifugiati dell’area per unirsi ai movimenti d’opposizione eritrei operanti in Tigray.

Da altre parti è stato invece notato come la manovra sia esclusivamente addebitabile alla volontà del governo federale di venire incontro alle richieste del presidente eritreo Afewerki, il quale avrebbe chiesto sforzi da parte del vicino per ridurre i flussi migratori attraverso il confine. Al netto delle possibili interpretazioni, è indubbio come il governo federale etiopico abbia impresso già da qualche tempo una stretta al movimento transfrontaliero di persone dall’Eritrea. L’agenzia federale etiopica per la gestione dei rifugiati – l’Administration for Refugees and Returnees Affairs – aveva dato un segnale inequivocabile in merito a inizio febbraio, quando aveva abolito il principio dell’accoglienza prima facie dei rifugiati eritrei sulla base della semplice prova di cittadinanza.

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