I governi dell’Etiopia e dell’Arabia Saudita hanno convenuto per la temporanea sospensione dei trasferimenti di migranti etiopici. Nelle prime due settimane di aprile, un ponte aereo su Addis Abeba aveva consentito il rimpatrio di quasi tremila persone, ma i rimpatri si collocano in un più ampio piano di contenimento della manodopera irregolare nel paese, lanciato nel 2017 sotto le insegne della campagna “A Nation Without Violation”. I trasferimenti verso l’Etiopia erano iniziati nell’estate del 2018 nel quadro di un accordo bilaterale con il nuovo esecutivo di Abiy Ahmed, di cui l’Arabia Saudita è uno dei principali sponsor finanziari. Questi sono continuati anche durante l’epidemia, complice il timore che i migranti irregolari potessero accelerare la diffusione del virus nel regno saudita. La scelta di non interrompere i viaggi è stata oggetto di accese critiche da parte di organizzazioni umanitarie e agenzie delle Nazioni Unite, preoccupate delle ripercussioni del flusso di persone sul sistema sanitario dell’Etiopia nel mezzo dell’emergenza COVID. Il coordinatore ONU per le questioni umanitarie in Etiopia ha pubblicamente sottolineato le difficoltà logistiche associate alla gestione della quarantena degli individui soggetti a rimpatrio, paventando il rischio di un effetto moltiplicatore sulla diffusione del virus. Lo stesso governo etiopico avrebbe esercitato pressioni per interrompere temporaneamente il ponte aereo, negando l’autorizzazione all’atterraggio ad uno dei voli incriminati prima di addivenire ad un accordo sulla sospensione momentanea della tratta. Il tema dei rimpatri coatti potrebbe divenire un elemento di scontro nella contesa elettorale, data l’importanza delle rimesse finanziarie dalla penisola arabica nell’economia etiopica. L’esecutivo di Abiy Ahmed non può però permettersi uno scontro diplomatico con Riyadh nel momento in cui l’Etiopia sta cercando negoziare nuove fonti di credito sui mercati internazionali per far fronte alla recessione indotta dall’emergenza COVID. 

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