Tutto impallidisce a fronte dell’ottima notizia del 9 maggio: la cooperante italiana Silvia Romano, rapita in Kenya nel novembre 2018, è stata liberata presso Mogadiscio. Per la soluzione positiva del sequestro le Autorità indicano vi sia stata collaborazione con intelligence estere, mai scontata.

Il contesto è infatti poco roseo: l’incidente a un aereo cargo keniota (4 maggio) impegnato nel trasporto di materiale per contenere l’epidemia da COVID-19 aveva appena innalzato le tensioni con Nairobi, sollevando anche accuse a militari etiopici inquadrati in AMISOM. Lo schianto è avvenuto in fase di atterraggio a Bardaale (Baidoa) e non ha lasciato scampo ai sei occupanti del velivolo. Nella zona sono censite sporadiche operazioni Al-Shabaab e nel capoluogo del Bay sono perciò presenti soldati somali ed etiopici. La dinamica dell’evento è compatibile con il tiro di un razzo RPG. Stante la pandemia e la riduzione dei voli civili, è possibile dei militanti abbiano ritenuto l’aeromobile trasportasse rifornimenti alle truppe nemiche. Non può però essere escluso un guasto o un errore, né che sia stata una mano etiopica ad abbattere l’aereo. È quanto riportano alcune fonti somale, mai tenere con le Forze di Addis Abeba.

Avviata una investigazione congiunta con Nairobi, le accuse si intersecano in un clima che da un biennio è di tensione tra Nairobi e Mogadiscio e Addis. Le recriminazioni sull’attività transfrontaliera di militanti e Forze armate, la rivalità sull’Oltregiuba, l’imminente avvio delle audizioni presso la CIG sulla frontiera marittima, in definitiva le opposte visioni sullo status per la Somalia, sono tutti motori di instabilità in accelerazione. Essi potrebbero alimentarsi di letture cospiratorie delle circostanze che renderebbero difficile evitare alla regione un nuovo ciclo di maggiori rivalità – se non di violenza. Il carattere congiunto dell’inchiesta, cui partecipano anche funzionari etiopici, è invece un segnale positivo.

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