Siamo abituati ad associare la Somalia al cieco terrorismo suicida e il suo ciclico riapparire non è più notizia. La deriva – invece storicamente determinata: primo attentato con questa tecnica fu eseguito a Baidoa nel 2006, contro l’allora Presidente Yusuf – diventa invece degna di nota per scala, come a Mogadiscio nel 2017, oppure per il profilo delle persone colpite.

Il 17 maggio ne è stato vittima Ahmed Muse Nur, Governatore locale del Mudug (Puntland), ucciso con tre sue guardie del corpo a Galkayo; Al-Shabaab ha rivendicato l’operazione. In circostanze analoghe morì a marzo il Governatore del Nugal Abdisalan Hassan Hersi. 

Eventi minori sono avvenuti nel Medio e nel Basso Scebelli e nel Basso Giuba, anche con attacchi respinti ad avamposti militari. La ripetizione indica come i militanti trovino nuove energie per la lotta ai nemici regionali, anche se i risultati sono modesti e in un quadro statico si notano solo le rinnovate critiche alla presenza etiope. La fascinazione per la causa raggiunge inoltre sempre alcuni singoli all’estero. In ultimo se ne è avuta conferma in Italia, dove è stato condannato (a Bari, a 8 anni e 8 mesi di reclusione) un somalo 22enne radicalizzatosi a Nairobi e fermato nel 2018 perché intento a pianificare un attentato a Roma.  

Il contesto vede il Kenya ottenere che le audizioni sulla delimitazione del confine marittimo – attese dal 2019 – siano rimandate di dieci mesi a marzo 2021, dunque oltre l’anno elettorale (ma il voto può ancora slittare). Potevano bastare delle videoconferenze, ma il Governo somalo si conformerà alla decisione. Per contenere la diffusione del coronavirus, quel Presidente Kenyatta ha inoltre vietato i movimenti transfrontalieri, in controtendenza rispetto alle minori restrizioni globali. Degni di nota gli aiuti anti-pandemia dal Qatar al Somaliland: Doha continua a provare a puntellare le relazioni di Farmajo con le realtà regionali, per stemperare contrari interessi rivali.

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