Il 9 settembre, come preannunciato e al termine di una lunga crisi politica, si è votato nella regione federale del Tigrai etiopico, in aperta sfida con il governo centrale di Addis Abeba che aveva invece deciso di rinviare le elezioni in conseguenza dell’emergenza sanitaria globale.

La crisi del federalismo politico etiopico è iniziata con l’ascesa al potere del premier Abiy Ahmed, il 2 aprile del 2018, con la sconfitta e la fine del lungo dominio politico del Tigray People’s Liberation Front (TPLF) e l’avvio di un apparente tentativo di rimodellare la politica etiopica all’interno di una cornice nazionale, sottratta al giogo degli equilibri etnici.

In breve tempo, tuttavia, dopo essere stato acclamato dalla comunità internazionale come paladino della pace (in conseguenza degli accordi di pace con l’Eritrea), Abiy Ahmed è sembrato voler dirottare l’iniziale corso della sua strategia politica in direzione di un’affermazione esclusivamente personale, determinando il rapido deterioramento degli equilibri politici nazionali.

Il TPLF, che per quasi trent’anni ha dominato la politica etiopica, ha reagito alla vittoria di un candidato Oromo e alla perdita di controllo del potere politico attraverso un processo di radicalizzazione etnica e regionale, che non ha tardato a scontrarsi con le nuove autorità di Addis Abeba. Le elezioni politiche nazionali e regionali previste per lo scorso agosto sono state prorogate dal premier Abiy Ahmed in conseguenza dell’emergenza Covid, determinando la sfida da parte delle forze tigrine e l’organizzazione di una propria tornata elettorale autonoma.

Il sostegno alla politica di rottura con il governo centrale è stata largamente alimentata dalle emergenti formazioni separatiste del Tigrai, che nel sostegno al TPLF hanno visto un’opportunità per promuovere la sfida dell’autonomia e del distacco dal sistema federale.

Una crisi che ha determinato forti tensioni con il governo di Addis Abeba e dove non sono mancati episodi di violenza e tensioni tra le forze federali e quelli regionali.

Ha giocato, e continua a giocare, un ruolo particolarmente ambiguo il vertice politico del TPLF, che ufficialmente non sposa la causa indipendentista ma che allo stesso tempo sostiene nelle sue liste un gran numero di candidati espressi proprio dai movimenti che chiedono la secessione e l’indipendenza del Tigrai.

La questione delle elezioni amministrative locali, inoltre, dopo esser state annunciate in modo autonomo la scorsa primavera dalle autorità di Makallé, ha assunto toni ancora più gravi in conseguenza dell’introduzione solo lo scorso agosto di un nuovo criterio di ripartizione dei voti per l’assegnazione del 20% dei seggi attraverso il criterio proporzionale, con il deliberato intento di favorire l’ascesa delle nuove liste indipendentiste.

Scontato, quindi, l’esito del voto, che ha visto il TPLF aggiudicarsi 152 dei 190 seggi, mentre i restanti sono andati alle altre quattro forze politiche in campo, il Baytona, il Tigray Independence Party, il Salsay Weyane Tigray e l’Asimba Democratic Party.

Il risultato finale delle elezioni, così come annunciato dalla commissione elettorale del Tigray, ha visto il TPLF ottenere 2.590.620 preferenze, seguito dal Baytona con 20.839, il Tigray Independence Party con 18.479, il Salsay Weyane Tigray con 3.136 e l’Asimba Democratic Party con 774. È importante sottolineare come il TPLF abbia ottenuto il 98,2% dei voti espressi attraverso il sistema maggioritario.

Il governo centrale federale ha definito le elezioni incostituzionali e prive di valore, boicottando in ogni modo la copertura mediatica dell’evento. Le autorità di Addis Abeba, nonostante le tensioni e i timori locali e della comunità internazionale, non ha per il momento adottato alcuna misura politica e militare nei confronti delle autorità del Tigrai, sebbene in molti temano che lo scontro sia di fatto inevitabile.

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