Oltre 500 persone sono state arrestate dalla polizia nella regione dell’Oromia, in Etiopia, con l’accusa di associazione criminale allo scopo di provocare disordini in occasione di alcune celebrazioni pubbliche in programma nella prima settimana di ottobre.

Secondo quanto riferito dalle forze di polizia, gli arrestati sarebbero stati trovati in possesso di armi di vario calibro, esplosivi e bombe a mano, con le quali avrebbero avuto intenzione di provocare scontri e violenze in occasione del festival dell’Irreecha della comunità oromo, in programma ad Addis Abeba e altre città dell’Oromia.

L’episodio si inserisce nel solco delle violenze che da mesi interessano l’Etiopia, provocate dal contrasto tra il progetto di gestione del potere del primo ministro Abiy Ahmed e la difesa delle prerogative del federalismo etnico. Una divergenza di visioni che da un lato è guidata dalle ambizioni personali del primo ministro, interessato a consolidare la sfera del proprio potere attraverso lo smantellamento delle tradizionali forme di gestione degli equilibri politici nazionali, e dall’altro dalla tenace volontà dei principali gruppi etnici locali di perseguire obiettivi di consolidamento del potere attraverso la difesa e il rafforzamento delle comunità etniche.

Un contrasto divenuto più acceso all’indomani delle ultime elezioni del 2018, che hanno per la prima volta portato l’etnia Oromo – la più numerosa del paese – alla guida del sistema federale, attraverso rivendicazioni e ambizioni che sono state percepite come minacce esistenziali dalle altre comunità, e in particolar modo dai tigrini, che per decenni hanno guidato incontrastati la politica etiopica.

L’attuale dimensione della crisi interessa l’etnia oromo che, pur essendo quella di provenienza del primo ministro Abiy Ahmed, non condivide la visione del vertice politico e rivendica un ruolo etnico preminente nella guida del paese, entrando in diretto contrasto con lo stesso primo ministro.

La miccia cha ha fatto esplodere le più recenti ondate di violenza è stata l’uccisione lo scorso giugno di un popolare cantante oromo, Haacaaluu Hundessa, trasformato in icona etnica e della lotta per il riconoscimento dei diritti della propri comunità.

Oltre 9.000 persone sono state arrestate nei disordini che sono seguiti all’omicidio del cantante, e 166 persone hanno perso la vita negli scontri che si sono protratti per settimane.

Il governo federale non intende cedere alle pressioni della comunità oromo e soprattutto nutre grandi preoccupazioni per l’incremento della violenza determinato dal contrasto tra le proprie forze di polizia e i manifestanti. Un eccessivo uso della forza nel corso dei mesi scorsi ha innescato una spirale di violenza divenuta di difficile gestione, mentre il governo cerca di correre ai ripari attraverso il tentativo di ristabilire il predominio della legge e il mantenimento di una pacifica stabilità.

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