L’Unione Africana segnala un miglioramento nei dati relativi alla diffusione del Covid-19 sul continente – che ha raggiunto quasi il milione e mezzo di casi nei suoi 55 stati – e a Gibuti i dati ufficiali al 1° ottobre segnalano un totale di 5.416 contagi, 61 decessi e 5.344 ricoveri, a fronte di un totale di 76.498 tamponi effettuati dall’insorgere dell’epidemia.

Più della pandemia, a Gibuti in questo momento spaventa lo spettro della recessione economica e la possibilità di nuove tensioni politiche in occasione delle prossime elezioni nazionali, che terranno tra sette mesi.

Le opposizioni politiche locali, riunite perlopiù nell’Unione per la Salute Nazionale (USN), denunciano in modo sempre più vocale la circolazione di voci inerenti la volontà del presidente Ismail Omar Guelleh di candidarsi per un quinto mandato, minacciando una mobilitazione di protesta.

Le forze di opposizione chiedono a gran voce l’adozione di urgenti riforme atte a garantire un voto libero e trasparente, iniziando soprattutto dalla Commissione Elettorale, giudicata dai partiti che avversano il governo come uno strumento nelle mani del presidente e dell’esecutivo.

Nessuna risposta invece da parte di Guelleh che, attraverso le forze politiche alleate, veicola una blanda risposta, sostenendo che sia ancora troppo presto per discutere di elezioni.

Il governo di fatto non riconosce nemmeno il sodalizio entro cui si sono raggruppati i partiti d’opposizione, negandone la legittimità sul piano giuridico e quindi elettorale, e i siti opposizione denunciano il ripetersi di intimidazioni e arresto arbitrari tra i ranghi dell’USN.

È anche la crisi economica, tuttavia, a destare preoccupazioni tra la popolazione locale, che teme l’impatto della crisi generata dalla diffusione della pandemia globale e un ridimensionamento delle attività economiche del porto di Gibuti.

Il governo continua la sua politica di investimento nelle infrastrutture, incrementando il ruolo delle partnership straniere, e il 3 ottobre è stato ufficialmente inaugurato l’avvio delle operazioni da parte dell’Etiopia sul terminale del nuovo porto di Tadjourah. Questo terminale, idealmente orientato a servire l’intera regione settentrionale dell’Etiopia, è disegnato per la gestione e la movimentazione di beni non “containerizzati”, come carbone, acciaio e potassio, ed è servito da una nuova strada di 80 Km inaugurata lo scorso Novembre che raggiunge il confine etiopico raccordandosi alle locali direttrici in direzione del Tigrai e l’Afar.

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