Un grave evento di sicurezza è avvenuto (14 ottobre) presso Afgoi, circa 30 km da Mogadiscio; in uno scontro a fuoco tra Esercito e Al Shabaab 13 soldati tra cui un ufficiale e 4 militanti sono rimasti uccisi. Le formazioni regolari avevano attaccato un avamposto terrorista mietendo 61 vittime, ma hanno poi dovuto subire la reazione terrorista contro elementi di retroguardia. L’evento ha indotto il Presidente Farmajo a esonerare il Comandante delle Forze speciali (“Danab”) Abdimalik, nominando in sua vece il maggiore Abdullahi.

L’episodio giunge all’indomani delle indiscrezioni di stampa USA (Bloomberg, 13 ottobre) secondo le quali l’Amministrazione Trump starebbe considerando il ritiro delle truppe statunitensi dalla Somalia – presenza ricominciata nel 2007 con 650-800 unità inquadrate in AFRICOM – oggi impegnate nell’addestramento delle Forze speciali somale e in azioni “di assistenza”. Il rientro sarebbe in fase di pianificazione iniziale, per dar seguito alle promesse della passata campagna elettorale sul rimpatrio dei soldati all’estero.

La scelta sarebbe in parziale contraddizione con le affermazioni presidenziali che nel 2017 facevano stato di una recrudescenza della minaccia. Essa non sembra definitiva, né i Comandi militari AFRICOM e osservatori dedicati nascondono lo scetticismo per scelte che possono rivelarsi controproducenti per l’attuale transizione somala e per gli stessi interessi USA, data anche la concorrenza internazionale sulla Somalia.

L’attuale strategia statunitense, incentrata su attacchi con droni e incursioni di Forze speciali, ha avuto d’altro canto successi significativi, ma in oltre un decennio non ha mutato la sostanza della presenza terrorista nel quadrante somalo-keniota. Risultati più apprezzabili e forse una partnership più incisiva e allargata renderebbero meno verosimili indiscrezioni di questo tenore.

In ipotesi esse sono frutto anche di perplessità sui costi e i benefici di queste Missioni, anche dal lato somalo quando anche il ritiro dei 20.000 militari di AMISOM non è più così lontano. In controtendenza resta la Turchia, con Ankara che può esibire il contratto vinto dalla Albayrak per gestire il porto di Mogadiscio nei prossimi 14 anni, risultato che si somma alla presenza militare e governativa da tempo ben strutturata.

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