Dal prossimo primo gennaio 2021 entrerà in vigore l’accordo commerciale dell’AfCFTA, African Continental Free Trade Area, aprendo un nuovo capitolo nelle relazioni tra gli stati della regione.

Allo stato attuale solo cinque paesi dell’area hanno ratificato l’accordo (Gibuti, Etiopia, Uganda, Ruanda e Kenya), che nei suoi tratti generali prevede una significativa riduzione delle tariffe doganali per il transito delle merci e la progressiva introduzione dell’abolizione delle tariffe stesse per le merci prodotte e distribuite all’interno della regione.

Per quanto potenzialmente significativo in termini di impatto e certamente guardato con interesse da numerosi paesi europei ed asiatici, l’AfCFTA è anche oggetto di una considerazione critica da parte di alcuni paesi della regione.

In particolar modo, mentre buona parte dei paesi europei ed asiatici guarda con interesse al potenziale derivante da una effettiva cooperazione commerciale tra Etiopia e Kenya, l’Eritrea e la Somalia guardano con diffidenza allo sviluppo di un accordo che è percepito come potenzialmente rischioso sul piano della marginalizzazione e dell’imposizione di regole e controlli atti a favorire solo i grandi attori regionali.

Mentre la Somalia ha tuttavia accettato di ratificare l’accordo – lo scorso agosto – l’Eritrea resta l’unico paese dell’Africa a non aver aderito del tutto all’AfCFTA, cercando al tempo stesso di promuovere una parallela forma di cooperazione regionale con l’Etiopia e la Somalia attraverso gli accordi tripartito siglati tra il 2018 e il 2019 con i partner di Addis Abeba e Mogadiscio.

Il successo di questa ambiziosa operazione regionale risiede dunque nell’effettiva capacità dei partner locali di implementare le reali disposizioni dell’accordo, superando le tradizionali ritrosie e le ricorrenti tendenze al protezionismo e dando avvio ad una effettiva radicale trasformazione delle dinamiche commerciali regionali.

Perché questo abbia successo, tuttavia, è necessario considerare la posizione e le richieste anche degli attori minori e di quelli marginali, prevedendo un sistema di aggregazione che ne favorisca l’attrattiva e soprattutto preveda capacità di adeguamento e implementazione tarate sulle effettive capacità e possibilità dei singoli attori statuali.

Il perseguimento di una rigorosa e rigida roadmap di sviluppo che punti unicamente sul consolidamento del potenziale espresso dai mercati etiopici e kenioti, al contrario, rischia di incontrare la resistenza di molti dei paesi aderenti e certamente di quelli potenzialmente più svantaggiati, con l’adesione e l’implementazione di strategie concorrenti capaci di rappresentare un concreto ostacolo allo sviluppo di un effettiva politica di benefici regionali.

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