L’8 ottobre il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione in merito al caso di Dawit Isaak, cittadino con doppia cittadinanza eritrea e svedese, di professione giornalista e promotore del primo giornale indipendente del paese – il Setit – arrestato il 23 dicembre del 2001 con l’accusa di tradimento.

La risoluzione ripercorre la storia dell’attività giornalistica di Dawit Isaak, denuncia l’assenza di un processo e ricorda come l’arresto sia intervenuto all’indomani di un editoriale in cui chiedeva al presidente Isaias Afewerki di operare riforme democratiche.

Dawit Isaak fu poi rilasciato nel 2005 ma poco dopo nuovamente incarcerato, senza che ulteriori informazioni fossero fornite dal governo eritreo. Voci non confermate, nel 2008, ne segnalarono il trasferimento nella prigione di Embatkala, e successivamente nell’ospedale militare di Asmara, presumibilmente in gravi condizioni di salute.

La risoluzione continua poi riportando un lungo elenco di accuse inerenti violazioni dei diritti umani e delle libertà personali, in particolare quelli oggetto dell’Accordo di Cotonou, che regola i termini del rapporto tra l’Unione Europea e l’Eritrea.

Il dispositivo della risoluzione, infine, chiede all’Eritrea il rilascio di tutti i prigionieri di coscienza, tra cui il menzionato Dawit Isaak, condanna le violazioni dei diritti umani e chiede notizie sullo stato di salute dei prigionieri e la possibilità di fornire cure e medicinali agli stessi. Richiama inoltre la questione del servizio militare indefinito nella sua durata e chiede alla Commissione di vigilare perché non vengano erogati fondi comunitari da impiegarsi in progetti che potrebbero interessare il lavoro dei coscritti.

La risoluzione chiede infine l’implementazione della Costituzione promulgata nel 1997 e condanna il ricorso alla “tassa della diaspora”, chiedendo il ripristino della libertà di stampa e la cessazione degli arresti per reati d’opinione o di fede.

Il governo eritreo, per il tramite del ministro dell’informazione Yemane Meskel, non ha fatto attendere la propria risposta alla risoluzione del Parlamento Europeo.

Con un comunicato diramato il 24 ottobre, le autorità di Asmara hanno definito il tono e il contenuto della risoluzione come stravagante, invadente e al vetriolo, reputandolo come “frustrazione derivante dal totale fallimento delle politiche di destabilizzazione che il Parlamento Europeo ha perseguito negli ultimi vent’anni”.

Le accuse della risoluzione europea vengono fermamente rigettate dall’Eritrea, che, anzi, accusa gli estensori del documento di essere espressione di “ realtà e tendenze interne di spaventoso estremismo, razzismo, xenofobia e sentimenti anti-immigrati; un drammatico aumento delle ideologie di estrema destra e delle politiche estere interventiste che hanno fatto sprofondare molte parti dell’Africa e del Medio Oriente nel caos e nella distruzione sotto le spoglie dei diritti umani”.

Non v’è menzione, nel documento di risposta eritreo, del caso del giornalista Dawit Isaak, mentre copiose sono le accuse agli Stati membri dell’Unione Europea dell’essere stati silenti e complici nel giustificare le violazioni dei diritti umani dei cittadini dell’Eritrea ad opera dei paesi vicini, come nel caso della guerra d’indipendenza combattuta tra il 1950 e il 1991.

La comunità internazionale, e tra questi gli europei, hanno sostenuto e avallato – sempre nella risposta del governo eritreo – l’occupazione del suolo eritreo da parte dell’Etiopia e del TPLF, sostenendolo e finanziandolo. Avallando una piena violazione del diritto internazionale e senza mai “adottare una sola risoluzione per scoraggiare la guerra e promuovere la pace”.

L’Unione Europea, poi, è accusata di aver “sostenuto e lavorato con diversi individui e gruppi sovversivi il cui obiettivo principale è la destabilizzazione, il cambiamento di regime e, in ultima analisi, la rinuncia all’indipendenza e alla sovranità duramente conquistata dall’Eritrea” […] “politicizzando e ‘armando’ le questioni dei diritti umani per i loro benefici personali e i loro programmi”.

La risposta eritrea rimarca poi i progressi conseguiti dal governo dall’indipendenza ad oggi, così come sul fronte dei diritti civili, dove tuttavia “la guerra prolungata e altre esternalità hanno influito sul ritmo e sulla portata dei quadri legislativi e istituzionali che l’Eritrea aveva intrapreso con serietà subito dopo l’indipendenza”.

A conclusione della loro replica, le autorità dell’Eritrea hanno inteso seccamente rimarcare come “non possono e non accetteranno interferenze nei propri affari interni o pressioni politiche sulla sua sovranità sotto il velo dei diritti umani”, respingendo in toto la risoluzione del Parlamento Europeo, definita “infondata nella sostanza e maliziosa nell’intento”.

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