Un attentato è tornato a colpire Mogadiscio il 17 novembre: un kamikaze si è lasciato esplodere in un ristorante nei pressi dell’Accademia di polizia; 5 persone vi sono rimaste uccise e 10 ferite. Nella stessa giornata, è avvenuto un colloquio tra i vertici degli organismi dell’intelligence somala e quella italiana, sul rafforzamento della cooperazione congiunta. Il 19, 3 soldati sono rimasti uccisi e tre feriti a Lafole presso Afgoye nel Basso Scebelli, nell’esplosione di una bomba a un posto di blocco.

Non c’è ancora in Somalia un riflesso diretto della crisi nel Tigrai in corso dal 4 novembre, quanto sempre degli effetti indiretti. Il 19, il Premier Roble ha sostituito con Mohamed Abdirizak, già capo di gabinetto dell’ex Presidente Yusuf, il Ministro degli Esteri Awad. Il suo ufficio aveva avallato un comunicato ufficiale sulla situazione in Tigrai, nel quale si esprimeva solidarietà al Governo etiope ma si invitava al dialogo come soluzione e fine dei combattimenti; Awad l’ha poi smentito, riconoscendo anche su canali social ufficiali che il comunicato era ritirato perché non rappresentativo del punto di vista del Governo federale somalo.

La sua rimozione anticipa la fine di un incarico che sarebbe stata ormai comunque ormai molto vicina. Essa serve però a ribadire la stretta vicinanza di Mogadiscio ad Addis Abeba – e ad Asmara – o in questa crisi. La Somalia non ne vuole l’internazionalizzazione, né vuole l’indebolimento dei suoi partner che sono anche dei solidi sponsor di Farmajo nella corsa alla rielezione, specie nei confronti dell’ex Premier Khaire, rientrato nella capitale e che ha riunito l’opposizione a Mogadiscio per organizzare la corsa verso febbraio 2021.

Rispetto ad altri momenti storici in cui la Somalia ha guardato con simpatia o ha sostenuto movimenti autonomisti in Etiopia, il rispetto dell’integrità territoriale del vicino è oggi anche una maniera per riaffermare la centralità delle Autorità federali somale sulle pulsioni centrifughe interne. Esse continuano ad avere grande peso e sostegno dall’esterno, in particolare dal Kenya rispetto all’Oltregiuba.

Se la crisi nel Tigrai dovesse continuare, potrebbe essere inoltre necessario per Addis ritirare fino a 3mila uomini oggi in Amisom, dopo aver disarmato quelli provenienti dal Tigrai. La Missione è oggi un puntello a fronte delle minacce di terrorismo sempre presenti e con cui – lì forse sì – un dialogo alla fine occorrerà impostarlo. Il nodo è semmai non apparire troppo legati a figure come Abyi, che hanno fatto del centralismo un dogma evidente e dunque controproducente, che può dare forza a interessi particolari.

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