La perdurante carenza di informazioni indipendenti dal Tigrai impedisce di formulare valutazioni concrete circa l’effettiva evoluzione delle dinamiche di crisi.

Secondo il governo dell’autorità federale centrale, i combattimenti sono cessati poco dopo la caduta della capitale dello stato federale del Tigrai, Macallè, e contestualmente sarebbero state avviate le necessarie azioni a tutela della popolazione civile, tra cui la distribuzione dei generi alimentari e dei farmaci, ma anche la ricostruzione delle infrastrutture andate distrutte o danneggiate durante le fasi più acute dei combattimenti.

Secondo l’opposizione tigrina del TPLF, ormai alla macchia, i combattimenti sarebbero ancora in corso in almeno tre aree del Tigrai – forse addirittura quattro – mentre azioni di violenza e  saccheggio sarebbero attuate in modo indiscriminato.

Sempre secondo le fonti del TPLF – che si ritiene abbiano, almeno in parte, trovato rifugio nel vicino Sudan – l’Eritrea sarebbe intervenuta in modo diretto e consistente nel conflitto, con l’obiettivo di annientare il governo locale e per rimpatriare forzatamente i profughi eritrei presenti sul territorio del Tigrai.

Nessuna di queste informazioni, tanto sul fronte governativo quanto su quello dell’opposizione, trova ad oggi effettiva conferma, rendendo estremamente difficile poter formulare una credibile analisi circa l’evoluzione del conflitto.

Il governo federale etiopico impedisce l’accesso all’area dei combattimenti, e le comunicazioni con il Tigrai sono solo sporadiche e frammentarie. Al tempo stesso proliferano sui social media i commenti dei sostenitori di entrambi gli schieramenti sul fronte della diaspora, senza apportare alcuna reale capacità di analisi e mostrando invece quanto profondo e radicato sia il sentimento di ostilità tra le varie componenti etniche, politiche e statuali coinvolte nel conflitto.

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