Diversi episodi violenti sono stati localizzati a Mogadiscio (in ultimo il 3 dicembre, con scambio di colpi d’arma da fuoco ed esplosioni nei quartieri nord) oltre che nel centro e nel sud del Paese. Proteste sono inoltre avvenute a Garowe, Bossaso e Galkayo (Puntland) contro l’amministrazione locale – come anche nell’Hirshabelle.

I due eventi di maggior rilievo sono tuttavia entrambi nella sfera internazionale: il primo è il richiamo dell’Ambasciatore somalo in Kenya e la contemporanea espulsione del Rappresentante a Mogadiscio di Nairobi (ma il Kenya dichiara di non aver ricevuto comunicazioni ufficiali in merito). La tensione multiforme tra i due Governi raggiunge di nuovo un picco.

Pomo della discordia è ancora una volta il Governo regionale dell’Oltregiuba. Come in ultimo in occasione del voto dell’agosto 2019 e la rielezione a Governatore di Madobe, il Ministero degli Esteri somalo denuncia ora nuove interferenze e “forti pressioni politiche” su quest’ultimo, perché respinga l’accordo di settembre.

Vi era del resto previsto il ritiro dei soldati federali, nel Gedo dall’acuirsi della contesa sorta appunto alla rielezione di Madobe. Quest’ultimo avverte che se i soldati non saranno ridispiegati, egli bloccherà le elezioni nella provincia.

La tenzone ha per sfondo la denuncia-appello dei 14 candidati presidenziali di opposizione contro Farmajo. Si fa più pressante la minaccia di un processo elettorale parallelo – o comunque si delineano nuove difficoltà a tenere le legislative ormai vicine e soprattutto le presidenziali in calendario a febbraio 2021. Ciò pone il Presidente sulla difensiva.

Replicare allora con accuse al Kenya può deflettere verso altri gli inciampi attuali. Il calcolo sembra voler suscitare sentimenti nazionalisti e serrare così le fila pro-Farmajo, pur essendo peraltro possibile uno slittamento del voto.

Tiene in secondo luogo banco l’ordine del Presidente USA Trump di far rientrare dalla Somalia tutti i circa 700 militari presenti in Somalia. Una delle “guerre senza fine” in cui è impegnato il Pentagono si concluderà entro il 15 gennaio, cinque giorni prima dell’inaugurazione del Presidente-eletto Biden.

Dopo il dimezzamento della missione in Afghanistan e la riduzione degli effettivi in Iraq il dibattito resta comunque aperto, dal momento che molti degli effettivi saranno comunque riposizionati in Kenya e che la base militare in Gibuti resterà pienamente operativa. Gli attacchi con droni, che sono stati un punto dolente della rinnovata presenza USA, verosimilmente dunque continueranno, così come l’impegno più ampio in Africa con addestramento e consulenza a Esercito e Forze antiterrorismo.

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