Le principali implicazioni sul Corno d’Africa della politica estera di Donald Trump possono essere riassunte in un generale quadro di disimpegno e riduzione complessiva della rilevanza della regione nell’ambito della visione strategica globale degli Stati Uniti.

L’ultimo passo di questa strategia è stato quello dell’annuncio del ritiro dalla Somalia del contingente statunitense, sebbene più nell’ambito di una scelta personale d’immagine (il completamento del più volte annunciato “tutti i soldati a casa”) che non come espressione di una visione strategica logica e condivisa con il Pentagono.

Ed è proprio al Dipartimento della Difesa, con ogni probabilità, che l’amministrazione Trump ha incontrato le maggiori resistenze nel corso dei quattro anni del suo mandato, misurandosi con esponenti politici e militari che hanno ampiamente messo in discussone le decisioni del presidente e soprattutto contestato quella che non in pochi hanno giudicato come la mancanza di una percezione strategica globale.

L’approccio dell’”America First” voluto dal presidente Trump, costruito su una crescente competizione con gli attori globali, è infatti mancato proprio sul terreno dove questi interessi divergenti tendono a manifestarsi, come in Nord Africa, a più ampio raggio nel Medio Oriente e certamente nel Corno d’Africa e nell’Oceano Indiano.

Mentre Cina e Russia – e non solo loro – hanno intensificato la propria azione politica e militare nella regione, annunciando l’apertura di basi militari e incrementando la presenza delle proprie unità, gli Stati Uniti non sembrano aver definito con esattezza la portata della propria presenza nel Corno d’Africa, mancando tanto di contrastare le potenze globali assurte e nuova linea del fronte dell’amministrazione Trump, quanto le entità della minaccia locale come il terrorismo e le rivalità regionali.

Peculiare, e non privo di risvolti potenzialmente negativi, è stato il sostegno all’Egitto nella sua disputa con l’Etiopia in merito alla costruzione della diga GERD sul Nilo Blu, così come l’alternante rapporto con l’Eritrea, derubricata sul piano delle sanzioni ma non inserita in alcuna progettualità relazionale.

Altrettanto privo di una coerente visione politica è stato lo sbilanciamento nei rapporti tra Kenya e Somalia a favore del primo, laddove nel secondo gli Stati Uniti avevano da tempo avviato una cooperazione militare atta a debellare la piaga del terrorismo jihadista e favorire la ricostruzione delle istituzioni governative.

Del tutto assente, infine, ogni posizione in loco connessa al crescente dualismo tra Qatar ed Emirati Arabi Uniti, che non ha mancato di produrre effetti in buona parte della regione, senza alcun beneficio per la stabilità o lo sviluppo economico.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here