Il comitato elettorale federale dell’Etiopia ha annunciato il 25 dicembre scorso che le prossime elezioni parlamentari – rimandate a causa della pandemia – si terranno il prossimo 5 giugno 2021.

Il governo del premier Abiy Ahmed ha voluto in tal modo fornire una risposta alle molteplici richieste provenienti dalle autorità regionali, nel tentativo di contenere il crescente clima di tensione che ha caratterizzato la stabilità dell’Etiopia nel 2020.

Si voterà in tutti gli stati regionali dell’Etiopia, ad eccezione del Tigrai, dove un’operazione militare del governo ha recentemente posto fine al tentativo autonomista del governo locale guidato dal TPLF, che aveva indetto autonome elezioni lo scorso mese di settembre.

La commissione elettorale etiopica ha comunicato che le elezioni nel Tigrai si svolgeranno quando il governo provvisorio – instauratosi al termine del conflitto – avrà costituito i propri uffici elettorali.

La registrazione degli elettori dei nove stati che si recheranno alle urne il prossimo 5 giugno si terrà invece dal 1° al 30 marzo del 2021.

Le principali incognite del governo federale vertono oggi sulla stabilità degli equilibri interni agli stati federali, caratterizzati da tensioni e violenze che allarmano le forze di governo e impongono l’azione delle forze di sicurezza in numerose aree del paese.

Il 24 dicembre oltre 100 civili sono stati trucidati da miliziani armati nel villaggio di Bekoji, nella provincia di Bulen, della regione del Benishangul-Gumuz. Gli assalitori, come più volte accaduto in passato, sembrano poter contare su rifugi sicuri oltre i confini col Sudan, rendendo pertanto difficile la cattura e il contrasto da parte delle forze federali etiopiche.

Le violenze del Benshiangul-Gumuz sembrano avere una matrice composita, in parte derivanti dal tentativo dell’etnia Amhara di appropriarsi delle terre dei Gomuz, rivendicandole come proprie, e in parti fomentate dall’esterno, in quello che il governo centrale di Addis Abeba considera un tentativo – con la complicità dell’Egitto – di destabilizzare la regione in cui sorge la grande diga del GERD, oggetto di una aperta disputa tra l’Egitto e l’Etiopia.

L’intervento delle forze armate federali inviate sul posto per ordine del primo ministro avrebbe provocato nella stessa giornata 42 vittime tra le milizie ritenute responsabili dell’attacco al villaggio di Bekoji.

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