Irrisolto il blocco sui preparativi per le elezioni su tutto il territorio nazionale. Il Governo federale resta del parere il voto debba svolgersi nelle regioni dove opposizione e amministrazioni regionali non lo impediscono, lasciando indietro le altre quali Oltregiuba, Puntland e Gedo. Mentre l’opposizione punta a delegittimare l’intero esercizio a guida Farmajo, quest’ultimo ritiene poterne orientarne gli esiti, che egli ritiene lo premierebbero a larga maggioranza.

La resa dei conti appare inevitabile, ma è pericolosa. Farmajo fa mostra di intransigenza, ma potrebbe vedere ridotta senza rimedio la legittimità propria e quella del Governo centrale. Un conflitto politico aperto costituirebbe un problema anche per i rivali; essi dovrebbero scontare probabili ampi riflessi negativi, dall’involuzione nei quadri di sicurezza al rallentamento della normalizzazione, al freno all’uscita dalla pandemia.

Il mandato di Farmajo stesso verrebbe inoltre prolungato oltre la scadenza di febbraio, come era già accaduto con i predecessori nel 2011 e nel 2016. L’opposizione tenta ora di stigmatizzare questo aspetto, per ottenere maggiori concessioni e anche per enfatizzare le proprie ragioni con le controparti estere, che restano unico interlocutore a poter influenzare le Istituzioni federali di cui sono i principali finanziatori. Al livello internazionale non è stata sinora adottata una posizione tra gli estremi, non volendo avallare una prova di forza, né cancellare i progressi sinora compiuti.

L’invito finora è stato quello di continuare il dialogo, senza rinegoziare l’accordo di settembre – pur se parziale. Le divisioni nell’arena internazionale contribuiscono a questo atteggiamento neutro, che è anche irresoluto.

Gli ostacoli nell’arena elettorale si aggiungono agli altri fattori che rallentano le prospettive di stabilità interna. Gli attacchi violenti e mirati nel sud, nell’interno e nella zona di Mogadiscio dell’ultima settimana – contro funzionari locali e basi AMISOM – ne sono una testimonianza ricorrente. Un’operazione di soldati ugandesi inquadrati in AMISOM nella notte tra il 22 e il 23 gennaio avrebbe eliminato circa 200 militanti di Al Shabaab e distrutto armi e veicoli in loro possesso; forze keniote sono entrate invece in azione nei pressi della frontiera comune.

È evidente che eventi di questo tipo, pur positivi per la riduzione delle minacce, non sono un viatico di stabilità.

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