Il 27 gennaio del 1991, dopo un mese di combattimenti violentissimi, le forze ribelli del Congresso Unito per Somalia (USC) circondarono Villa Somalia, il palazzo presidenziale, costringendo alla fuga il generale Siad Barre.

Sembrava terminare così il lungo conflitto civile che aveva portata al collasso del regime del dittatore somalo, con la prospettiva della cessazione delle violenze a un ritorno alla normalità.

La battaglia di Mogadiscio, al contrario, fu solo un evento intermedio all’interno di una crisi che avrebbe di lì a poco letteralmente devastato il paese, trascinandolo in una delle più sanguinose guerre civili del continente africano.

La caduta di Villa Somalia

La fine del regime di Siad Barre fu lunga e dolorosa, transitando per oltre un decennio di violenze e di un autoritarismo spietato.

Con la sconfitta nel conflitto dell’Ogaden e il tentativo di golpe ordito da alcuni ufficiali nel 1978, il dittatore somalo aveva imposto una svolta autoritaria e violenta al governo della Somalia, determinando in tal modo i prodromi di un’opposizione che gradualmente avrebbe preso forma e sostanza all’esterno del paese.

La gestione degli affari politici e militari della Somalia divenne a quel punto un affare sempre più stretto e familiare della cerchia di Barre, mentre l’arbitrarietà della giustizia e le condanne sommarie decimarono la vecchia classe dirigente del paese portando al vertice una schiera di giovani ufficiali e funzionari senza scrupoli.

La dilagante corruzione e la progressiva perdita di controllo da parte del governo centrale soprattutto nelle aree settentrionali del paese, favorirono il consolidamento delle forze di opposizione, strutturate intorno al Fronte Democratico di Salvezza Somalo (attivo soprattutto nel Puntland), il Congresso della Somalia Unita e il Movimento Nazionale Somalo (di tendenze separatiste, basato nel Somaliland).

L’uso spregiudicato della violenza da parte di Siad Barre (particolarmente cruento fu il bombardamento di Hargeisa nel 1988) minò alla radice ogni possibilità di compromesso per impedire lo scoppi di una guerra civile.

Nell’intento di promuovere un’azione politica capace di favorire l’uscita di scena di Siad Barre e la ricerca di un accordo tra le formazioni di opposizione, oltre 100 esponenti della politica, delle forze armate e della cultura somala firmarono nel maggio del 1990 un manifesto in cui si chiedevano la cessazione delle violenze, le dimissioni di Siad Barre e l’avvio di un processo politico atto a restaurare la democrazia parlamentare.

Promotore di questo manifesto fu il politico Aden Abdullah Osman Daar, che riuscì a catalizzare l’interesse della gran parte delle forze di opposizione credendo di riuscire a convincere il generale Barre della necessità di lasciare in modo incruento il potere.

Al contrario, invece, la repressione fu incrementata, con arresti ed esecuzioni sommarie soprattutto tra i firmatari del manifesto, portando ad una nuova e più violenta fase di intensità lo scontro militare e al progressivo esaurimento delle capacità economiche e militari del governo.

Gli scontri assunsero la dimensione di un vero e proprio conflitto nel mese di dicembre del 1990, con combattimenti continui nella stessa città di Mogadiscio, presidiata dai pretoriani dei Berretti Rossi del colonnello Morgan, tristemente noto per l’efferatezza delle attività di repressione compiute tanto a Mogadiscio quanto nel Somaliland.

L’ingresso nella capitale delle forze ribelli del Congresso della Somalia Unita ribaltò ai primi di gennaio gli equilibri militari, conducendo alla battaglia finale che, il 27 dello stesso mese, portò alla caduta di Villa Somalia e alla rapida e rocambolesca fuga di Siad Barre e dei suoi fedelissimi nel sud-ovest del paese, dove il genero Mohammed Said Hersi ancora riusciva ad esercitare un blando controllo del territorio.

Con la caduta della capitale somala e la fuga di Barre (che per ben due volte tentò, senza successo, una controffensiva) l’illusoria speranza di pace e di ritorno alla normalità animò gli abitanti di Mogadiscio.

Il 29 gennaio il Congresso della Somalia Unità nominò Ali Mahdi Mohamed come presidente ad interim della Somalia, ma in breve tempo le rivalità tra questi e il generale Farah Aidid sfociarono in nuovi e più violenti scontri.

Mogadiscio, ormai invasa da “morian” (guerriglieri provenienti dalle aree rurali) si trasformò in un nuovo campo di battaglia, venendo saccheggiata e distrutta dalla violenza delle due fazioni.

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