Le autorità di governo del Consiglio Sovrano del Sudan hanno annunciato il 28 gennaio la roadmap per l’attuazione degli accordi di pace del 3 settembre scorso e l’elezione del Parlamento.

L’attuale composizione dell’esecutivo, ha confermato il presidente Abdel Fattah al-Burhan, verrà allargata a partire dal 5 febbraio ai rappresentanti del Fronte Rivoluzionario Sudanese, che si integrerà con le Forze per la Libertà e il Cambiamento, eleggendo 17 ministri. Altri due ministri, quello dell’interno e quello della difesa, saranno invece eletti dalle autorità militari.

Il Fronte per la Libertà e il Cambiamento ha indicato i nomi di 51 candidati per la guida dei 17 dicasteri spettanti (3 candidati ogni ministero), mentre il Fronte Rivoluzionario Sudanese ha preferito indicare un solo candidato per ognuno dei 7 posti del suo portafogli.

Le Forze per la Libertà e il Cambiamento, grazie alle quali è stato possibile promuovere la rivolta che ha portato alla caduta del regime di Omar al-Bashir nell’aprile del 2019, intendono aprire alle formazioni delle ex forze ribelli, integrandole nella nuova struttura politica del paese, dando in tal modo impulso al processo di stabilizzazione che poterà all’elezione del nuovo Parlamento.

Restano escluse dall’accordo le forze del Movimento per la Liberazione del Sudan, guidate da Abdel Waid al Noor, e quelle del Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese, guidate da Abdel Aziz al-Hilu, che hanno rifiutato di firmare i documenti in cui si impegnano a rispettare la divisione tra Stato e religione nel futuro assetto politico del paese.

I governatori degli stati federali saranno nominati il prossimo 11 febbraio, mentre il parlamento ad interim avvierà i suoi lavori il 25 febbraio, cercando in tal modo di offrire una risposta concreta alla popolazione e fermando le proteste che hanno ripreso incessantemente a ripetersi nel centro di Khartoum e delle principali città del paese, per protestare contro il vertiginoso aumento del prezzo degli alimenti e contro i ritardi nell’implementazione dell’agenda politica.

Nonostante l’entusiasmo e le enormi aspettative per l’avvio della fase di transizione, timori sulla stabilità del paese e della sua possibilità di far fronte alle molteplici sfide interne vengono dalla regione del Darfur, dove, successivamente alla fuoriuscita delle forze dell’ONU, sono ripresi gli scontri tra le popolazioni nomadi arabe e quelle dell’etnia Masalit, provocando in pochi giorni oltre 200 vittime.

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