Restano tesi i rapporti tra il Kenya e la Somalia, dopo gli incidenti della scorsa settimana al confine tra i due paesi, nella regione di Gedo, dove forze somale sono state accusate di aver ingaggiato alcune milizie ostili ben oltre la linea del confine con il Kenya, tra le adiacenti cittadine di Bula Hawo e Mandera.

Le tensioni sono il prodotto di quelle che la Somalia considera interferenze del Kenya nella propria politica nazionale, e in particolar modo nel processo elettorale che ha portato all’elezione nel 2019 del presidente regionale del Jubaland, Sheikh Madobe (o Ahmed Mohamed Islam), già membro delle Corti Islamiche.

Secondo Mogadiscio, inoltre, il Kenya avrebbe appoggiato militarmente ed economicamente le milizie ribelli del Jubaland che hanno trovato riparo oltre il confine, dopo l’ingresso delle forze federali somale nella regione di Gedo.

Tensioni dalle radici antiche

Il Kenya esercita sulla regione di confine con la Somalia una innegabile influenza, attraverso la quale intende ufficialmente gestire la sicurezza derivante dalla presenza della milizie islamiste dell’al-Shabaab, ma dove al tempo stesso conduce una politica di forte ingerenza politica ispirata anche dagli ingenti interessi economici connessi al porto di Kismayo, con il commercio del carbon fossile, con le attività della pesca e, non ultimo, con la definizione delle acque territoriali tra i due paesi, dove si ritiene esistano ingenti giacimenti di idrocarburi.

Sin dalla caduta del regime di Siad Barre, nel 1991, con il conseguente collasso delle istituzioni somale e l’avvio di una lunghissima guerra civile, il Kenya ha esercitato progressivamente la propria influenza nelle regioni meridionali della Somalia, nel solco di una direttrice politica indiscutibilmente orientata al perdurare dell’instabilità somala.

Questa strategia, peraltro ampiamente condivisa dalla gran parte degli stati della regione, ha sempre avuto come obiettivo quello di favorire un indebolimento delle istituzioni somale attraverso la frammentazione della sua politica e lo sviluppo di una polarizzazione regionale fortemente alimentata dalle ataviche divergenze tribali.

Ha certamente contribuito ad alimentare i timori nei confronti della Somalia l’esperimento politico di Siad Barre e la spinta verso un nazionalismo somalo dai tratti aggressivi, la trasformazione del regime in una delle peggiori dittature africane e l’irrazionale incapacità di ricondurre i contrasti clanici all’interno di un processo di riconciliazione nazionale, da cui è derivato un lunghissimo conflitto civile.

La strategia politica del Kenya, così come dell’Etiopia, di Gibuti e dell’Eritrea, ha sempre guardato con interesse alla frammentazione del nazionalismo somalo riconducendolo ad una polarizzazione regionale governata dalle ambizioni delle locali entità tribali, dalla criminalità organizzata e dai consistenti interessi della diaspora, che hanno determinato una profonda instabilità e la contestuale ascesa delle autorità periferiche del sistema federale.

Alle ambizioni settentrionali autonomiste e in parte indipendentiste del Somaliland e del Puntland, pur con differenze profonde tra loro, si è sviluppata nel corso dell’ultimo decennio una contestuale tendenza autonomista anche nelle regioni meridionali del paese, e in particolar modo nello stato del Jubaland, dove la concentrazione di interessi locali e regionali ha portato all’ascesa di autorità politiche sempre più spesso caratterizzate da posizioni conflittuali con il governo federale di Mogadiscio e, al tempo stesso, fortemente soggette all’influenza di attori esterni come il Kenya e l’Etiopia.

Il Kenya è impegnato militarmente in Somalia da oltre un decennio, dapprima con una missione militare indipendente e poi con l’ingresso delle proprie forze nel dispositivo dell’AMISOM, che Mogadiscio ha spesso accusato di interferenze e ingerenza negli affari politici ed economici interni della Somalia.

Le rinnovate tensioni tra i due paesi riguardano primariamente lo stato federale del Jubaland, i cui rapporti con Mogadiscio sono sempre più tesi, e dove il governo federale ha dispiegato le proprie unità militari proprio al fine di contrastare il Kenya, ritenuto il fiancheggiatore di milizie e gruppi politici ostili al rapporto con il governo federale.

Ha contribuito ad alimentare questa crisi, tuttavia, anche il recente viaggio in Kenya di Muse Bihi Abdi, presidente della repubblica semi-autonoma del Somaliland (la cui indipendenza non è riconosciuta da Mogadiscio), accolto dal presidente keniota Uhuru Kenyatta come un capo di Stato.

Ulteriore elemento di crisi nelle recenti tensioni è derivato anche dalla pubblicazione di un documento commissionato lo scorso dicembre dall’IGAD al governo di Gibuti, per delineare il quadro dei contrasti tra il Kenya e la Somalia e, idealmente, favorire lo sviluppo di una piattaforma di dialogo.

La Somalia ha protestato vigorosamente per i contenuti del documento pubblicato dall’IGAD, minacciando di voler arrivare a lasciare l’organizzazione. In particolar modo, la Somalia ha definito il documento redatto da Gibuti come “di parte”, sleale e predeterminato ad attribuire le responsabilità delle tensioni alla Somalia, ritenendone la stesura come uno strumento intenzionale di ingerenze che mina la credibilità del governo di Gibuti e quella stessa dell’IGAD.

Il governo di Mogadiscio ha ribadito il 28 gennaio come gli scontri lungo il confine del Kenya dello scorso 25 gennaio siano stati deliberatamente orchestrati dal Kenya, su cui grava a detta della Somalia la responsabilità di aver organizzato, addestrato e finanziato una milizia ostile al governo federale somalo con l’intento di perseguire nella volontà di minare alla base la legittimità del governo somalo nello stato federale del Jubaland. Tale milizia sarebbe sotto il diretto controllo del ministro della sicurezza dello stato del Jubaland, Abdirashid Janan, ricercato dalle autorità di Mogadiscio dopo essere fuggito nel 2020 dagli arresti cui era stato sottoposto dalle autorità federali.

Questo processo di crisi, sostiene sempre Mogadiscio, è funzionale ad alterare il percorso elettorale che dal prossimo mese prenderà avvio in tre dei cinque stati federali somali per l’elezione del presidente della repubblica e il rinnovo del Parlamento.

Lo stesso giorno, il portavoce del governo del Kenya Cyrus Oguna, nel corso di una conferenza stampa, ha chiesto alla Somalia di non trascinare Nairobi forzatamente al centro delle proprie dispute politiche interne, negando ogni coinvolgimento del Kenya nei delicati equilibri politici somali e in particolar modo rigettando qualsiasi accusa connessa con il sostegno a gruppi armati e ostili al governo federale.

Il portavoce ha insistito nel ricordare la dimensione dell’impegno umanitario e di sicurezza sostenuto dal Kenya a favore della Somalia, tanto all’interno quanto all’esterno dei confini, ospitando campi profughi e garantendo assistenza giornaliera a migliaia di cittadini che dalla Somalia attraversano il confine nella ricerca di aiuto.

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