Giunti al pettine i nodi della politica somala: lungi dal districarsi, essi ancor più si intrecciano. Pur dopo tanti colloqui dedicati al garbuglio maggiore, ovvero il mandato di Presidente e Istituzioni federali – terminato in assenza di voto – le posizioni restano distanti. L’opposizione ha anzi annunciato (9 febbraio) di non riconoscere più Farmajo, invitato a rispettare la Costituzione e lasciare le proprie funzioni.

Farmajo respinge le accuse e anzi le rilancia, affermando siano i rivali ad essere venuti meno agli accordi politici di settembre. Più che le figure di opposizione, l’antagonista resta soprattutto Madobe, Governatore dell’Oltregiuba, ritenuto da Farmajo usare strumentalmente la situazione del Gedo, come paravento per una strategia conflittuale e divisiva vantaggiosa solo per quegli attori esterni che vogliono una Somalia debole e problematica. A nulla sono valsi nemmeno gli appelli di Nazioni Unite e Unione Africana, che preferirebbero avere una data per un voto nazionale: anche differita, ma non parziale né unilaterale.

L’indomani 10 febbraio sono stati perciò invocati nuovi incontri, previsti per il 15. Le dichiarazioni dei Comandi AMISOM che magnificano la collaborazione con le Forze dell’Oltregiuba sembrano voler disegnare un possibile percorso di uscita, che potrà vedere il ritiro dell’Esercito nazionale dal Gedo e un passaggio di consegne con la Missione per consentirvi lo svolgimento del voto. Si tratterebbe comunque di elezioni indirette che prolungherebbero verosimilmente il mandato di Farmajo, senza installare un Governo ad interim, come richiesto a gran voce dalle opposizioni, ma non avallato in sede internazionale.

La figura di Farmajo tende in quest’ultima fase a mostrare la corda. Anche gli esponenti maggiori dell’opposizione come Sharif Sheikh Ahmed, Hassan Sheikh Mohamud o Abdi Hashi restano tutti comunque piuttosto sfocati, avendo in ultimo proposto una manifestazione a Mogadiscio, ma non una via di uscita dalla polarizzazione centralismo-federalismo che avvelena i pozzi della politica somala.

Di interesse è anche il tema dell’udienza innanzi alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) sul contenzioso sulla delimitazione delle frontiere con il Kenya. La richiesta di Nairobi di rinviare il caso è stata respinta e la prossima udienza è dunque attesa al 15-19 marzo. È evidente l’interesse esterno sia arrivare a quella data con autorità somale non rappresentative e impelagate in diatribe interne, come anche quella di additare l’eterno nemico esterno per distogliere l’attenzione dalle cause invece interne delle crisi in atto. Ne trae di nuovo un vantaggio immediato il terrorismo, con un attentatore suicida entrato in azione nei pressi del palazzo presidenziale a Mogadiscio il 13 febbraio; agenti di polizia che avevano eretto un posto di blocco ne hanno rallentato l’azione, infine conclusa con soli sette feriti tra i civili.

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