Il presidente Isaias Afewerki ha tenuto lo scorso 18 febbraio una lunga intervista televisiva sul canale nazionale eritreo ERI-TV, parlando del conflitto in Tigrai, delle tensioni tra Etiopia e Sudan in merito alle dispute territoriali e a quelle per la gestione delle acque del Nilo Blu, e dei rapporti tra l’Eritrea e i paesi del Mar Rosso e del Golfo Persico.

L’intervista, durata circa due ore, ha anche trattato temi di politica nazionale, come l’emergenza Covid, lo stato dell’economia e i programmi di potenziamento del sistema energetico nazionale.

Il presidente Afewerki, le cui interviste non sono frequenti, ha voluto chiarire il punto di vista eritreo in una fase di particolare tensione con gli Stati Uniti e l’Unione Europea, che hanno esplicitamente accusato il paese di essere intervenuto militarmente nel conflitto del Tigrai etiopico.

In merito alle questioni connesse all’Etiopia, Afewerki ha sostenuto come, nonostante l’entusiasmo conseguente alla firma degli accordi di pace del  2018, ogni tentativo di dar seguito a quanto stabilito nell’accordo sia stato frustrato dalla volontà del TPLF non solo di sabotare l’accordo stesso ma anche e soprattutto di voler muovere una nuova guerra contro l’Eritrea.

Afewerki ha anche citato i dettagli di un suo colloquio avvenuto a Omhager con l’allora presidente della regione del Tigrai, Debretsion, nell’ambito del quale avrebbe chiesto al leader del TPLF il motivo di un così insensato tentativo di scatenare un nuovo conflitto.

Il progetto del TPLF, secondo Afewerki, era quello di attaccare e rendere inoffensivo prima di tutto il dispositivo militare federale etiopico in Tigrai, forte dei 32.000 uomini del Comando Settentrionale, far cadere il governo in Addis Abeba, per lanciare poi un’offensiva militare contro l’Eritrea, con l’intento di riconquistarla.

Questo progetto, secondo Afewerki, è il frutto di una visione storicamente vincolata alla polarizzazione etnica del TPLF, che ha ispirato la Costituzione del 1994 allo scopo di provocare artificiali divisioni finalizzate al mantenimento del controllo saldamente nelle mani della comunità tigrina.

Anche l’Eritrea aveva sperimentato il pericolo della polarizzazione etnica durante il periodo dell’amministrazione militare inglese, negli anni Quaranta dello scorso secolo, con il rischio di una frammentazione della sua società lungo il solco di una conflittualità artificiale.

L’Eritrea, quindi, è impegnata secondo il presidente “nella pacificazione in conformità ai suoi obblighi”, senza tuttavia menzionare in alcun modo l’eventuale presenza di proprie unità militari nella regione etiopica del Tigrai. Asmara, inoltre “sta facendo del suo meglio per contribuire alla situazione in Etiopia”, senza tuttavia entrare più nel dettaglio nel merito di cosa consista l’impegno eritreo e, soprattutto, dove.

Il presidente Afewerki ha poi espresso preoccupazione per l’evolvere delle tensioni tra Sudan ed Etiopia, tanto in merito alla disputa relativa all’area di al-Fashaga quanto sulla spinosa questione della diga del GERD. In merito alla prima delle due crisi il presidente eritreo ritiene necessario scoraggiare ogni ipotesi di ricorso alle armi, nell’interesse di entrambi i paesi in una reciproca quanto complessa fase di transizione politica, individuando strumenti diplomatici per la soluzione del problema.

Più complessa la questione della diga, invece, dove solo una soluzione tecnica può disinnescare l’attuale impasse negoziale, nella valutazione dei benefici futuri per ognuno degli stati coinvolti dal progetto. Un gioco a somma zero, ha concluso, non è nell’interesse di alcuno degli attori regionali.

Un breve commento ha riguardato le relazioni con gli attori del Mar Rosso e del Golfo Persico, con i quali Afewerki ha auspicato una ricerca di consenso nell’ambito di un’agenda comune di sviluppo economico e sicurezza.

La restante parte dell’intervista è stata invece dedicata alle questioni di interesse domestico, caratterizzate in primo luogo dall’emergenza pandemica e dalla necessità di contenere i rischi di una diffusione che potrebbe avere in paesi come l’Eritrea conseguenze gravissime.

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