Il 19 febbraio la leadership del TPLF ha rilasciato una dichiarazione tramite la Tigrai Media House, in cui pone le condizioni per l’inizio dei colloqui di pace con il governo federale etiopico.

La prima richiesta del TPLF è il ritiro delle truppe eritree dalla regione, un ritiro richiesto anche dagli Stati Uniti e dall’UE mentre il governo etiopico e quello eritreo negano sin dall’inizio del conflitto che vi sia qualsiasi tipo di coinvolgimento da parte di Asmara.

Nonostante le ripetute smentite da parte delle autorità governative di entrambi i paesi, un dossier divulgato da Amnesty International il 26 febbraio torna ad accusare l’Eritrea non solo di coinvolgimento nel conflitto ma anche di crimini. L’ONG ha affermato di avere le prove di un presunto massacro compiuto da soldati eritrei ad Axum fra il 28 e il 29 novembre, il quale potrebbe portare all’accusa di crimini di guerra – denuncia fortemente respinta da Addis Abeba la quale anzi accusa a sua volta Amnesty di usare agenti del TPLF come testimoni.

La seconda condizione posta dal TPLF è quella del ritiro delle altre “forze d’invasione”, in particolare quelle amhara, lo scioglimento dell’amministrazione ad interim posta in essere dal governo federale dall’inizio del conflitto e il rilascio incondizionato dei prigionieri politici: in sintesi il ritorno allo status quo antecedente.

Sembra alquanto improbabile allo stato attuale che le richieste del TPLF possano incontrare qualsiasi tipo di accoglienza da parte del governo federale, sebbene allo stesso tempo potrebbero in qualche modo costituire il presupposto futuro per una mitigazione del conflittualità in quella che è diventata a tutti gli effetti una vera e propria guerriglia.

Pur in assenza di una risposta ufficiale da parte delle autorità del governo federale, a partire dal 24 febbraio, con un comunicato rilasciato dall’ufficio del Primo Ministro etiopico, è sembrato poter ravvisare un mutamento nella strategia comunicativa del governo riguardo al Tigrai. I numerosi punti trattati dal documento, dall’assistenza umanitaria all’accesso dei mezzi d’informazione internazionali, sembrano cogliere le critiche mosse dalla comunità internazionale e cercare di darvi una risposta. Si fa riferimento difatti all’impegno governativo per la fornitura di aiuti alimentari, all’apertura di un’indagine riguardo ai presunti crimini sessuali perpetrati durante il conflitto e si rivendica anche l’apertura ai media internazionali della regione sin dall’inizio delle ostilità.

Per quanto il comunicato non sia rilevante rispetto alla proposta del TPLF indica un mutamento di atteggiamento che muove da una totale chiusura in direzione – almeno apparente – di una parziale apertura rispetto al conflitto e alla sua gestione.

È ancora prematuro definire questo mutamento di passo come il preludio ad una qualsiasi forma di negoziato con le forze dell’ex TPLF, e certamente ha influito sulla posizione di Addis Abeba anche la forte pressione internazionale, che ha portato ad importanti aperture.

A margine delle richieste del TPLF e della concreta possibilità per le istituzioni etiopiche di valutarle, il visibile mutamento di strategia comunicativa del governo percepibile in quest’ultima settimana lascia  sperare in direzione di un possibile avvio della politica regionale di distensione.

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