Il 19 marzo l’ufficio del primo ministro Abiy Ahmed ha diramato un comunicato indirizzato a tutti coloro che ancora sostengono il TPLF, bandito dalle autorità e trasformato in entità fuorilegge.

Il comunicato ricorda come l’azione militare del governo federale nel Tigrai è stata determinata dall’attacco delle locali forze di sicurezza del TPLF contro le unità dell’esercito federale, determinando una grave violazione della costituzione e innescando un quadro di illegalità cui il governo di Addis Abeba ha dovuto porre rimedio attraverso l’uso della forza.

Il comunicato ricorda inoltre che è in corso un piano per la ricostruzione delle aree interessate dal conflitto, e che questo impegno chiama a raccolta la responsabilità di tutti i cittadini dell’Etiopia.

Il documento prosegue riconoscendo apertamente come nella regione alcuni gruppi armati (convinti od obbligati dal TPLF, secondo le autorità di Addis Abeba) continuino a porre una minaccia alla sicurezza e alla stabilità, continuando ad operare come unità armate.

Il governo ritiene tuttavia che la responsabilità di queste azioni non sia imputabile alla popolazione del Tigrai, quanto a sparuti gruppi legati all’ex partito di governo locale, il TPLF, chiedendo pertanto a tutti coloro che ne hanno sostenuto l’azione militarmente di rientrare nei propri villaggi entro il termine di una settimana, con la garanzia di non essere perseguiti legalmente dalle autorità di governo.

Al tempo stesso viene chiesto ai vertici del TPLF ancora latitanti di arrendersi pacificamente alle forze federali, al fine di evitare più severe misure giudiziali e per impedire l’ulteriore spargimento di sangue nella regione. Il governo, conclude il documento adotterà adesso qualsiasi misura necessaria per il ripristino della legalità.

Numerosi gli spunti di interesse, sotto il profilo dell’analisi, dalla lettura del documento diramato dalle autorità federali di Addis Abeba.

Da una parte rappresenta un’ammissione palese della continuità degli scontri nella regione del Tigrai, come ormai confermato da più parti tanto a livello locale che internazionale.

Rappresenta tuttavia anche il tentativo di individuare una soluzione, almeno parziale, attraverso una sorta di garanzia di impunità a favore di tutte quelle forze che hanno sostenuto il TPLF e che continuano a farlo in numerose aree del Tigrai, cercando di favorire la separazione degli interessi tra il vertice e la base dell’organizzazione.

Un piano di difficile realizzazione, allo stato attuale, di cui sembra essere ben consapevole il governo federale, che, infatti, minaccia l’adozione di “ogni necessaria misura” contro il TPLF e i suoi accoliti allo scadere della finestra concessa per il perdono.

Allo stesso tempo, l’Etiopia deve affrontare la condanna internazionale mossa contro il proprio operato nel conflitto. Gli Stati Uniti hanno inviato nel paese il senatore Chris Coons come delegato speciale del presidente Biden, il quale ha espresso al premier Abiy Ahmed le gravi preoccupazioni del governo statunitense per le violazioni dei diritti umani e chiesto l’uscita dalla regione del Tigrai delle milizie Amhara, ritenute responsabili al pari delle forze eritree e di quelle dell’esercito federale etiopico, di gravi atti di violenza contro la popolazione civile.

Accusa respinta poco dopo dal portavoce degli Amhara, Gizachew Muluneh, secondo il quale le accuse di pulizia etnica mosse agli Amhara e alle forze federali sono parte di una enorme campagna di propaganda alimentata dai sostenitori del TPLF nelle principali capitali europee e nordamericane.

Anche il governo etiopico respinge ogni accusa di pulizia etnica nella regione del Tigrai, rispondendo in tal modo alle accuse formulate dal Segretario di Stato Blinken lo scorso 10 marzo in una testimonianza dinanzi al Congresso, nell’ambito della quale ha apertamente accusato le forze eritree e le milizie Amhara di essere impegnate in una selettiva azione di repressione nella regione del Tigrai, commettendo violenze contro la popolazione tigrina e forzandone la fuga al di fuori dei confini regionali.

Accuse che il ministero degli esteri di Addis Abeba ha seccamente rigettato il 13 marzo scorso, attraverso un comunicato ufficiale nel quale è stato specificato come “nulla, durante o dopo la fine dell’operazione di polizia condotta nel Tigrai può essere identificato o definito in alcun modo come una mirata ed intenzionale azione di pulizia etnica contro chiunque nella regione”.

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