Le tensioni tra il Kenya e la Somalia rischiano di generare una nuova crisi umanitaria al confine tra i due paesi.

Il 25 marzo, infatti, le autorità del Kenya, adducendo motivi connessi alla sicurezza nazionale, hanno chiesto all’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) di elaborare entro due settimane un piano per evacuare e chiudere i due giganteschi campi profughi di Dadaab e Kakuma.

I due campi ospitano in totale 410.000 profughi, in maggioranza provenienti dalla Somalia e in misura minore dal Sud Sudan.

La richiesta del Kenya viene letta da molti come un tentativo di esercitare pressioni sulla Somalia nel momento in cui i due paesi hanno interrotto le relazioni diplomatiche, su iniziativa della Somalia che ritiene essere oggetto di ingerenze da parte del vicino Kenya nel sostenere – ed anzi esasperare – il processo di autonomia delle singole componenti federali del paese.

Ulteriore motivo di tensione tra i due paesi è la questione inerente la definizione del confine marittimo, sottoposta all’arbitrato della Corte Internazionale di Giustizia e boicottata dal Kenya. La posizione della Somalia in merito, allo stato attuale probabilmente quella giuridicamente più solida, rischia di provocare ingenti danni economici al Kenya, che nel tratto di mare conteso ha avviato l’assegnazione dei blocchi esplorativi ad alcune compagnie petrolifere internazionali.

Secca la smentita del ministro degli interni keniota Fred Matiang’i ai sospetti di una sorta di ritorsione nei confronti della Somalia. Secondo il ministro la decisione non ha alcun collegamento con le relazioni bilaterali tra i due paesi ma è esclusivamente connessa alla questione della sicurezza e alla possibilità di infiltrazione delle milizie dell’al Shabaab all’interno dei campi profughi.

Manifesta invece viva preoccupazione l’UNHCR, che valuta come disastroso l’impatto dell’eventuale chiusura dei campi, soprattutto nel contesto dell’attuale pandemia globale.

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