Il 23 marzo, intervenendo ai lavori del Parlamento, il premier etiopico Abiy Ahmed ha ufficialmente confermato per la prima volta presenza di militari eritrei nella regione del Tigrai.

Dopo mesi di smentite ufficiali tanto da parte etiopica che eritrea, incalzato dalle sempre più pressanti richieste da parte della comunità internazionale, il primo ministro Abiy Ahmed ha confermato che unità dell’esercito eritreo sarebbero presenti nella regione del Tigrai, annunciandone l’imminente uscite.

Le forze eritree, secondo quanto detto dal primo ministro, sarebbero intervenute perché temevano di essere attaccate da quelle del TPLF all’indomani dello scoppio delle ostilità con le forze federali ai primi dello scorso novembre.

Gli eritrei, ha aggiunto Abiy Ahmed, avevano assicurato la loro uscita non appena le forze federali avessero ripreso il controllo del territorio e soprattutto della zona di confine.

L’ammissione della presenza delle forze eritree è stata confermata dal premier solo nelle aree di confine, ma non nelle città, dove si sono verificate le principali violenze contro la popolazione civile.

Nel corso dello stesso intervento, il premier ha riconosciuto la veridicità delle denunce di violenze e stupri nella regione del Tigrai, annunciando inchieste e assicurando che i responsabili saranno perseguiti dalla magistratura.

L’ammissione da parte del primo ministro Abiy Ahmed del coinvolgimento dell’Eritrea nel conflitto in Tigrai segna un’importante svolta, gettando una cupa ombra sui rapporti tra i due capi di stato. È palese come l’ammissione da parte del premier sia avvenuta nel momento in cui la pressione della comunità internazionale si è fatta di intensità tale da non poter più essere sostenuta sul piano diplomatico, mentre anche sul piano domestico il malumore per le notizie di stupri, violenze e saccheggi inizia a serpeggiare ad ogni livello della società etiopica.

Sebbene cercando di sostenere che le truppe di Asmara abbiano semplicemente preso possesso delle aree di confine, impegnandosi ad andarsene non appena l’esercito federale potrà riprendere il controllo dei confini, la versione di Abiy Ahmed appare alquanto debole e destinata a mutare ancora nel prossimo futuro.

La questione delle inchieste connesse alle violenze commesse nel Tigrai potrebbe determinare una condizione di grave imbarazzo per il presidente e per il rapporto bilaterale con l’Eritrea.

Il 25 marzo, nell’esigenza di coordinare con Isaias Afewerki la gestione della crisi determinatasi di fronte all’evidenza dei fatti, il primo ministro etiope Abiy Ahmed si è recato in visita ad Asmara per incontrare il presidente eritreo.

La visita, della durata di due giorni, è stata definita dal Ministero dell’Informazione eritreo come una consultazione di routine, necessaria per discutere degli sviluppi delle questioni di reciproco interesse e per gestire quella che Asmara definisce una campagna internazionale diffamatoria nei confronti dei due paesi.

Nessun riferimento è stato ufficialmente fatto da parte eritrea alla questione del coinvolgimento delle proprie unità militari nel Tigrai.

Al suo rientro ad Addis Abeba, invece, il premier Abiy Ahmed ha diramato un comunicato nell’ambito del quale, dopo aver ricordato che la responsabilità del conflitto è unicamente attribuibile al TPLF, ha ricordato come il lancio di missili contro la capitale eritrea abbia determinato l’intervento delle truppe di Asmara allo scopo di “prevenire ulteriori attacchi e preservare la sicurezza nazionale”.

Il comunicato prosegue assicurando che, nel corso degli incontri tra Abiy Ahmed e Isaias Afewerki, il governo eritreo ha annunciato l’intenzione di ritirare le proprie forze dal “confine” con l’Etiopia, trasferendone il controllo a quelle dell’esercito federale etiopico.

La narrativa concordata dai due politici è quindi al momento quella di sostenere la sola presenza di truppe eritree lungo la fascia di confine dei due paesi, negando fermamente la presenza di soldati eritrei più in profondità nel Tigrai e, soprattutto, nelle città dove sono stati denunciati stupri, violenze e saccheggi.

Una versione dei fatti che stride fortemente con le ormai innumerevoli segnalazioni della presenza eritrea in buona parte del Tigrai, così come confermato anche da alcuni giornalisti della Reuters autorizzati ad entrare nella regione per documentare l’avvio delle operazioni di aiuto umanitario, e che hanno riferito di aver visto numerosi automezzi eritrei carichi di propri soldati lungo l’asse stradale che conduce dalla capitale del Tigrai, Macallè, in direzione di Scirè.

L’evoluzione della crisi del Tigrai sembra assumere in questa fase una piega sempre più pericolosa per la credibilità internazionale del primo ministro Abiy Ahmed, con il rischio di ulteriori sviluppi anche sul piano domestico, che potrebbero determinare un incremento delle tensioni già in atto sul piano regionale e dei rapporti tra le diverse comunità etniche del paese. Qualora responsabilità dell’Eritrea in merito alle violenze e ai saccheggi dovessero essere accertate nel corso delle prossime settimane, la tensione sul piano della politica interna sarebbe destinata senz’altro ad aumentare, mentre la possibilità di un seguito connesso agli accordi di pace del 2018 con l’Eritrea entrerebbe in una pericolosa fase di stallo.

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