Il terrorismo jihadista africano che anche in Mozambico ha assunto la denominazione di Al-Shabaab ha avanzato nel nord di quel Paese e tristemente raggiunto le prime pagine dei quotidiani internazionali. Anche in Somalia si registrano nuove violenze e segnatamente (il 3 aprile) l’attacco alle basi militari di Awdheeglee e Bariire, poste a circa 30 km l’una dall’altra nel Basso Scebelli a circa 100 km a sud da Mogadiscio. Un attentato suicida ha poi avuto luogo nella capitale e tiri di mortaio sono stati segnalati presso Jannaale, forse diretti a rinforzi in arrivo alle basi sotto attacco.

La dinamica dell’attacco alle basi, che presidiano punti strategici nel tragitto dal sud verso Mogadiscio, segue una tattica ormai consolidata: alla detonazione iniziale di una autobomba è seguita l’irruzione di commando armati – infine respinti, ma al prezzo di 9 perdite in vite umane tra i militari (47 secondo fonti Al Shabaab) e “decine” tra i terroristi. Queste azioni denotano coordinazione e baldanza e la persistenza di una minaccia diffusa. Messaggi audio del movimento l’avevano di recente circoscritta, indirizzandola a obiettivi statunitensi e francesi a Gibuti in occasione di quelle elezioni (in calendario il 9 aprile) – un obiettivo la cui concretizzazione in ipotesi è più difficile e meno immediata che non colpire in patria.

A Mogadiscio un kamikaze è inoltre entrato in una sala da the frequentata da giovani, lasciandosi esplodere e causando la morte di 5 civili; 4 i feriti. Questa azione non è stata rivendicata, come altre che prendono di mira la semplice quotidianità e stili di vita ritenuti non conformi ai dettami della religione. I moti di insorgenza in Africa orientale non sono collegati, ma vi sono report che descrivono i movimenti di singoli leader in esilio dalla Somalia, all’Etiopia, al Mozambico. Si connota dunque una filiazione comune ma disomogenea – poi declinata secondo specificità locali. Colloqui in tema di sicurezza sono avvenuti con il Qatar, dove in visita ufficiale si è recato il Ministro della Difesa somalo.

Sempre il 3 aprile è stato avviato il nuovo ciclo di colloqui per sciogliere l’impasse elettorale. Il risultato maggiore è aver certificato la resilienza di tutti i leader a resistere alle pressioni esterne (finanche dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite) – ovvero non solo quella dell’ineffabile, perché sempre più sfuggente Presidente federale Farmajo, quanto anche quella parallela di Madobe e Deni governatori di Oltregiuba e Putland. Mentre si tenta ancora una mediazione, questa è infatti più ardua date le richieste del Forum di opposizione che ritiene inaccettabile l’interim e propone di formare un Consiglio di transizione, per sostituirsi al Vertice del Paese e supervisionare il voto. I nuovi attacchi terroristici sono citati quale “preoccupazione principale” verso questa soluzione.

Anche un osservatore smaliziato intravede come ciascuno tenti ancora di indebolire l’avversario per avanzare gli uni la causa del federalismo, l’altro la centralizzazione se non l’accentramento personalistico. Una seduta parlamentare in merito all’estensione del mandato (31 marzo) si era chiusa rumorosamente, con la sospensione di 15 deputati; in fondo al tunnel della politica somala non brilla ancora alcuna luce.

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