Sarebbe di oltre 300 morti il bilancio delle violenze che nel mese di marzo hanno interessato le comunità dell’Oromia e dell’Amhara, in una fase pre-elettorale che sembra aver innescato un pericoloso meccanismo di intolleranza e prevaricazione in numerose province dell’Etiopia.

L’assassinio di un imam nella Zona Speciale dell’Oromia lo scorso 19 marzo, e il successivo incendio di una moschea e di una chiesa, avrebbero costituito il presupposto per una nuova ondata di violenze che ha interessato numerose comunità sia nella Zona Speciale dell’Oromia che nella Zona di Nord Shewa, entrambe all’interno della regione Amhara.

Le tensioni sono scaturite, come in passato, dalla sempre più marcata distanza tra la comunità oromo – maggioritaria all’interno della Zona Speciale dell’Oromia, amministrativamente sotto il controllo dell’Amhara – e quelle della locale autorità di governo, in un crescendo di tensioni strumentalmente veicolate attraverso la violenza etnica e religiosa.

A dispetto del tentativo del premier etiopico Abiy Ahmed di contrastare il ruolo del federalismo etnico a vantaggio del centralismo nazionalista, una vasta ondata disgregatrice sembra interessare in questo momento l’Etiopia, nel frenetico tentativo di consolidare sempre più le prerogative di potere dei singoli gruppi etnici all’interno di quelle che ritengono zone di interesse esclusivo delle proprie comunità.

Un fattore di rischio di estrema pericolosità, alimentato peraltro anche dall’andamento del conflitto in Tigrai e dall’apparente venir meno della capacità centrale dello stato federale di imporre il proprio ruolo di governo e l’esercizio della funzione di sicurezza. Paradossalmente, infatti, il conflitto in Tigrai e la lotta senza quartiere all’ex partito etnico del TPLF, non ha consolidato il ruolo centrale dello stato federale ma, al contrario, rafforzato la convinzione tra le leadership delle autorità etniche nazionali della necessità e della possibilità di una nuova importante finestra di consolidamento del proprio potere.

L’imminenza delle elezioni politiche, previste per il prossimo 5 giugno, ha scatenato in tal modo nel paese una crescente ondata di violenza, portando al pettine tutti i nodi irrisolti delle numerose tensioni locali, nel tentativo delle singole autorità degli stati regionali di risolvere con la violenza soprattutto le dispute territoriali, prima che in qualsiasi modo il processo elettorale possa sancire nuovi e più sfavorevoli equilibri.

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