Etiopia, Egitto e Sudan sono tornate ad incontrarsi a Kinshasa, nella repubblica Democratica del Congo, per discutere della delicata faccenda della diga del GERD. Gli incontri hanno preso avvio sabato 6 aprile e sono poi proseguiti il successivo lunedì 8, venendo estesi al successivo martedì per definire un documento conclusivo.

Nel corso degli incontri, l’Etiopia ha accusato le altre due nazioni di adottare un “atteggiamento ostruzionista”, mentre dall’altra parte il Sudan ha accusato gli etiopici di essere “intransigenti” e l’Egitto ha affermato che da parte del governo di Abiy Ahmed, in continuità col passato, vi è “una mancanza di volontà politica di negoziare in buona fede”. 

La negoziazione avrebbe dovuto definire un piano d’azione prima che l’Etiopia riprenda la seconda fase delle operazioni di riempimento del bacino della diga, prevista per il prossimo luglio.

Le indiscrezioni da Khartoum informano che questo secondo riempimento comporterebbe un volume di metri cubi tre volte superiore a quello della prima fase, che, secondo il Sudan, ha avuto un impatto negativo su 5 milioni di persone.

Come già anticipato, la volontà di Egitto e Sudan era quella di includere come mediatori gli Stati Uniti, l’Unione Europea, le Nazioni Unite e l’Unione Africana. Proposta tuttavia rifiutata dall’Etiopia, con la sola eccezione dell’Unione Africana nell’ottica di far risolvere agli africani i problemi della regione. A fine aprile, nel prossimo appuntamento tra i paesi interessati, l’Unione Africana sarà presente, e questo può registrarsi allo stato attuale come l’unico progresso finora raggiunto.

Le dichiarazioni rilasciate dall’Egitto e dal Sudan all’indomani del dialogo tripartito sono piuttosto forti e indicano un incremento della tensione. Il presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi ha affermato il giorno successivo alla chiusura della negoziazione che “parlando ai nostri fratelli in Etiopia, non arriviamo al punto in cui toccate una sola goccia delle acque egiziane, perché tutte le opzioni sono aperte”. Il ministro dell’irrigazione sudanese, Yasser Abbas, gli ha fatto eco, sostenendo che “per il Sudan, tutte le opzioni sono aperte, incluso un rinvio della questione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e un irrigidimento della propria politica” nel caso in cui l’Etiopia proceda per la seconda volta con il riempimento del bacino della diga senza che un accordo sia stato raggiunto.

Da parte etiopica le reazioni sono state invece più pacate. Il ministro dell’acqua Seleshi Bekele ha affermato che il secondo riempimento della diga avverrà come previsto nella stagione delle piogge fra giugno e luglio, aggiungendo he “non vi è nessuna necessità di entrare in una guerra inutile”.

Gli ammonimenti egiziani all’Etiopia erano iniziati la settimana precedente le negoziazioni, quando Al-Sisi aveva definito la quota egiziana delle acque del Nilo “intoccabile”, mentre l’8 aprile è stato siglato un accordo di partenariato con l’intelligence dell’Uganda, nell’intento di allargare la maglia delle relazioni regionali in chiave anti-etiopica.

In Uganda, infatti, si trova la sorgente del Nilo Bianco, mentre quella del Nilo Blu è in Etiopia: i due fiumi poi si uniscono in Sudan e formano il Nilo. Una mossa questa per porre in sicurezza almeno una parte della quota delle acque del fiume da parte egiziana, e probabilmente per stringere il cerchio intorno all’Etiopia e a quello che l’Egitto considera un atteggiamento di intransigenza.

RISPONDI

Prego inserisci un commento
Scrivi il tuo nome