Il primo ministro sudanese Abdalla Hamdok ha lanciato un appello il 15 aprile al primo ministro etiopico Abiy Ahmed e al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, allo scopo di sbloccare l’impasse negoziale sulla questione della diga GERD e per favorire il raggiungimento di un punto d’incontro tra le parti coinvolte.

L’appello del primo ministro sudanese ha anche voluto escludere la possibilità di qualsiasi opzione militare per la soluzione della crisi, sebbene ricordando come per il Sudan e l’Egitto l’avvio unilaterale di riempimento del bacino idrico della diga da parte dell’Etiopia rappresenti una grave minaccia esistenziale per Khartoum e il Cairo, che si riservano di adire il Consiglio di Sicurezza dell’ONU in mancanza di una soluzione.

Il primo ministro Hamdok ha cercato di ridimensionare anche la crisi di confine nell’area dell’al Fashaga, esprimendo la speranza di una veloce soluzione con l’Etiopia attraverso l’individuazione di un compromesso che riconosca tuttavia la sovranità sudanese dell’area contesa.

Il ministro degli esteri etiopico, Demeke Mekonnen, ha tuttavia replicato il 18 aprile che l’Etiopia “non può e vuole accettare” le richieste dell’Egitto e del Sudan sulla questione delle acque del Nilo e della diga del GERD.

Il ministro, nel corso di un webinar organizzato dall’ambasciata di Addis Abeba a Londra il 15 aprile, ha accusato l’Egitto e il Sudan di voler imporre all’Etiopia le quote idriche stabilite in un accordo del 1959 tra i due paesi, e che non coinvolgeva l’Etiopia. Tale accordo, secondo il ministro Mekonnen, sarebbe non solo ormai superato dalla storia, ma anche gravemente pregiudizievole per gli interessi del proprio paese, necessitando di una revisione costruita sulle nuove esigenze del paese e della regione.

Il trattato tra Egitto e Sudan del 1959 prevede una quota di 55,5 miliardi di metri cubi d’acqua per l’Egitto e 18,5 miliardi di metri cubi per il Sudan, senza tenere in considerazione le esigenze dell’Etiopia, che, alla luce del mutato contesto politico e socio-economico regionale, non può accettare quelle che il ministro Mekonnen ha definito come condizioni ingiuste, frutto di una visione coloniale del continente ormai superata dalla storia.

In tal modo, l’Etiopia ha confermato l’intenzione di voler procedere a partire dal prossimo luglio – nel corso della stagione delle piogge – con la seconda fase di riempimento del bacino idrico della diga, raccogliendo 13,5 miliardi di metri cubi d’acqua.

Si allontana in tal modo ogni ipotesi di ripresa del negoziato tripartito sulla diga e sui flussi idrici a questa connesso, aprendo all’ipotesi di un contenzioso che potrebbe coinvolgere il Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Come il Sudan ha voluto rimarcare con chiarezza, invece, tutti i paesi della regione sono all’opera per scongiurare qualsiasi ipotesi di deriva militare della crisi, stemperando in tal modo i toni di una narrativa purtroppo sempre meno portata al dialogo e alla mediazione.

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