Non fa marcia indietro il Kenya, con riferimento alla volontà di chiudere i due enormi campi profughi di Dadaab e Kakuma, confermando la data del 30 giugno prossimo come scadenza per l’avvio della smobilitazione dei due giganteschi accampamenti che da anni ospitano, complessivamente, circa 400.000 rifugiati in larga misura provenienti dalla Somalia e dal Sud Sudan.

Il governo del Kenya, a mezzo di un comunicato diramato dal ministro dell’Interno Fred Matiang’i, ha confermato formalmente all’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) l’intenzione di procedere alla chiusura delle due strutture, trasmettendo la nota al Commissario ONU Filippo Grandi.

Si prospetta in tal modo l’avvio di una grave crisi umanitaria e logistica che impegnerà considerevolmente l’ONU e la comunità interazionale, a conclusione di un processo di crisi che affonda le sue radici nel sempre più critica rapporto tra Kenya e Somalia.

Nonostante lo stop dell’Alta Corte del Kenya al processo di sgombero, pe r30 giorni, stabilito solo poche settimane fa su istanza di un candidato politico d’opposizione, il governo ha voluto ribadire l’intenzione di avviare lo sgombero sostenendo di aver predisposto le misure necessarie, a partire dal prossimo 5 maggio, per iniziare a valutare le richieste di rimpatrio volontario o, in alternativa, per l’emissione di permessi di lavoro all’interno dell’area economica dei paesi della Comunità dell’Africa Orientale.

La questione dei due enormi campi profughi è sempre stata particolarmente complessa. Il campo di Dadaab, strutturato su tre installazioni a Degahaley e Ifo nel distretto di Lagdera e su una ad Hagadera nel distretto di Fafi, ospita allo stato attuale un totale di 218.873 profughi registrati (oltre a molti altri non censiti) ed è stato costruito nel 1991 all’indomani della crisi politica somala e all’avvio della guerra civile, ospitando inizialmente profughi somali e nel corso del tempo aprendo le porte a civili in fuga dalla guerra civile in Sud Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo. Il campo di Kakuma è invece organizzato su due strutture, di cui una nell’omonima località e l’altra a Kalobeyi entrambe nel distretto di Turkana West. Kakuma ospita al momento 196.666 rifugiati ufficialmente censiti.

Al Kenya va riconosciuto il merito di ospitare queste due enormi strutture dal 1991, con il sostegno delle Nazioni Unite, che rappresentano senza dubbio un fattore di instabilità non indifferente nelle rispettive aree, mentre la comunità interazionale non ha mai realmente affrontato il problema del rimpatrio dei rifugiati, limitandosi a fornire il proprio contributo finanziario per la gestione.

Gli interessi che hanno spinto il Kenya ad intervenire nel conflitto somalo – essenzialmente connessi alla gestione della propria capacità di controllo dell’economia nelle regioni meridionali del paese – hanno tuttavia determinato a partire dai primi anni del corrente secolo tanto una risposta una risposta militare da parte delle formazioni jihadiste dell’al Shabaab quanto, in tempi più recenti, del governo federale somalo.

Una crisi, in particolare, divide il Kenya e la Somalia in questa delicata fase dei rapporti bilaterali. La definizione del confine marittimo tra i due paesi – prodromica alla definizione del controllo delle aree potenzialmente di interesse per l’industria petrolifera internazionale – è stata portata alla decisione della Corte Internazionale di Giustizia dalle autorità del Somalia, che rifiutano sistematicamente la richiesta di soluzione extragiudiziale proposta dal Kenya.

La crisi si è recentemente aggravata con il riconoscimento di fatto del Somaliland da parte del Kenya come entità indipendente, determinando la chiusura delle relazioni diplomatiche tra i due paesi e innescando una spirale di crisi che ha portato adesso a sollevare la questione dei campi profughi.

Mentre il Kenya sostiene che entrambi i campi siano oggi fortemente permeati da elementi del jihadismo dell’al Shabaab – fattore certamente vero – sostenendo che fungano da basi avanzate in territorio keniota per la conduzione di attacchi terroristici, la gran parte degli analisti che si occupano della regione ritiene che la decisione della chiusura rappresenti una mera ritorsione per la questione dei confini marittimi e delle altre crisi bilaterali tra i due paesi.

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