In Somalia, più che le proteste dell’opposizione, le tensioni armate a Mogadiscio nord e intorno al KM4, la contrarietà di Puntland, Oltregiuba e degli Hawiye e la estesa condanna internazionale, decisiva nel far mutare idea al Presidente (27 aprile) pare esser stata la posizione dei leader di Galmudug e Hirshabelle e del Premier Roble. Suoi alleati rispetto alle pretese di tanti, ma perplessi all’idea di una proroga nata da un blitz in Parlamento, priva di grandi riscontri anche nella cerchia presidenziale e che aveva iniziato a dividere le strutture di sicurezza e a invogliare diversi militari alla disobbedienza.

Farmajo non può scontentare tutti per sempre e per primo il Premier aveva denunciato le violenze e raccolto la proposta di avviarsi a nuove elezioni, dando di fatto il via a uno smottamento che rischiava di diventare valanga. Smentendo le prime ricostruzioni, Farmajo delinea tuttavia la semplice accelerazione al voto con ritorno al suffragio indiretto, altro non concedendo almeno ad ora e anzi ponendo l’amaro calice dell’organizzazione e della sicurezza delle elezioni nelle mani di Roble stesso. Il Parlamento ha avallato questa richiesta, annullato la decisione del 12 aprile e votato il ritorno all’Accordo di settembre. Inascoltata l’opposizione, che invitava a non discuterne ancora e premeva piuttosto per le dimissioni del Presidente.

Non si osserva dunque ancora un atteggiamento davvero nuovo; ciascuno resta sulla difensiva. Il Presidente si dimetterà? Assumerà la responsabilità di questa crisi? Questa evoluzione pare difficile o comunque molto improbabile: la Somalia sarà guidata dal Presidente oggi in carica, su questo Farmajo non transige. La fermezza trova estimatori ed è in linea con la sfiducia reciproca finora osservata.

L’opposizione troverà d’altra parte unità? O questa vittoria parziale frenerà il fronte anti-presidenziale? Anche qui non si scorge un cambio di passo. I maggiorenti sul versante internazionale ancora non hanno commentato gli ultimi eventi e resta da vedere se saranno soddisfatti dalla parziale retromarcia; l’opposizione pone invece condizioni per riprendere il dialogo. In ipotesi è ancora Farmajo a poterne manipolare l’andamento, anche se sconta l’ormai aperto protagonismo di Roble – più capace di costruire ponti tra politica, notabili e società civile. Le future nomine di delegati e candidati potranno ravvivare le rivalità. D’altra parte, si è confermata la resilienza di un sistema ormai più ampio che non la sua élite politico-clanica. Esso riesce ad assorbire meglio scossoni che prima avrebbero generato più violente ripercussioni.

Quale sarà dunque la prossima occasione di scontro? Quale l’evoluzione anche solo di breve termine? Per ora della situazione trae nuovamente profitto il terrorismo degli Al Shabaab, che il 28 aprile hanno rivendicato l’attacco a una caserma di polizia; l’esplosione di una autobomba guidata da un kamikaze vi aveva provocato 7 vittime e 11 feriti. Ma questo non è che un effetto collaterale della crisi, al limite una concausa.

invece, ne traggono soprattutto profitto – dentro e fuori delle Somalia – i tanti che hanno prosperato nel caos e che tifano ora per un indebolimento o ancor meglio l’arretramento del percorso di normalizzazione iniziato. La cerchia presidenziale non ha saputo (ovvero non ha voluto) indirizzare in modo positivo la parte finale di questo processo; il maggior sforzo di tanti è tuttavia ancora nel porre ostacoli sempre nuovi sulla via del dialogo e della soluzione del trentennale conflitto. È ad esempio notizia di queste ore che il Kenya intende continuare con la chiusura dei campi profughi di Dadaab e Kakuma: un dossier niente affatto minore.

Precipitare la crisi non serve gli interessi di nessuna delle parti. Poter controllare la narrativa sulla disputa in atto ed efficacemente distribuire accuse e colpe appare invece rappresentare la vera posta in gioco e dunque l’esito più probabile di una campagna elettorale ora da riscrivere.

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