René Lefort – uno degli analisti di più lunga data sull’Etiopia –  offre, con il suo articolo pubblicato su Ethiopia Insight il 27 aprile, una delle più affascinanti chiavi di lettura finora proposte sulla corrente situazione etiopica. A parte la guerra in Tigray, la cui importanza è conclamata, Lefort sostiene che anche gli scontri nelle altre due regioni etiopiche sono il sintomo di un cambiamento degli assetti di potere nel paese.

La guerra nel nord, combattuta fra le forze del TPLF/TDF e quelle congiunte di Abyi e Afewerki, rischia di diventare una guerriglia come quella combattuta contro il Derg – come ammesso recentemente anche da Abyi, che l’ha definita come “difficile e fastidiosa”.

Per quanto, fonti vicine ad Alex De Waal – accademico vicino alle posizioni del TPLF sin dagli anni ’80 – abbiano assicurato che “l’amministrazione precedente del TPLF è collassata”, la struttura del partito è ancorata saldamente alla sua vecchia struttura, attraverso l’auto-organizzazione nei villaggi. Questo significa che sradicare il TPLF sarà un’operazione lenta e difficile da parte di Afewerki e di Abyi Ahmed, ma anche che il TPLF non ha più una vera leadership.

In Oromia la situazione potrebbe però presto diventare preoccupante almeno tanto quanto in Tigray, visto che questa regione per ricchezza, popolazione e grandezza è molto più importante di quest’ultima. L’OLA (Armata di Liberazione Oromo) ha iniziato un “blitzkrieg”, riporta Lefort, in Arsi e Bale ma che si sta espandendo anche in Amhara e vicino ad Addis Abeba, ponendo a rischio la capitale dell’Etiopia.
Il presidente dello stato dell’Amhara, Agegnehu Teshager, ha confermato la presenza di queste forze in una dichiarazione mentre altre fonti riportano che le forze speciali amhara, insieme all’esercito federale, hanno ingaggiato degli scontri con i soldati oromo.

Gli ulteriori disordini avvenuti tra la regione Afar e quella Somali, così come al confine con il Sudan, peggiorano la situazione portando sostanzialmente la metà del paese in uno “stato di emergenza de facto,  amministrato con la legge marziale”. Un contesto in cui la legge diventa più che flebile mentre la violenza sostanzialmente endemica, come riportato dai numerosi rapporti sui cosiddetti ‘conflitti etnici’ o fra ‘comunità’.

Il potere dunque, secondo Lefort, è sostanzialmente diviso fra quattro fazioni in una situazione di fatto multipolare: il TPLF/TDF, l’OLA, la leadership Amhara e quella del Partito della Prosperità (PP) di Abiy, quest’ultimo molto legato all’Oromia. Se gli ultimi due sono gli alleati di Abyi, i primi due invece – per quanto abbiano obiettivi simili – non coordinano i propri sforzi. Allo stesso tempo però l’accordo fra le due anime del Prosperity Party di Ahmed deriva da un’alleanza tattica mentre questi hanno obiettivi politici ben diversi. Gli Amhara spingono verso il  panetiopianismo mentre gli oromo per un forte etnonazionalismo – entrambi cercando allo stesso tempo di ritagliarsi un ruolo egemonico ad Addis Abeba.

Considerando la situazione in una chiave pessimistica, si potrebbe dire che gli ingredienti ci siano tutti per temere la possibilità di un conflitto su larga scala. Se al contrario si volesse applicare il metro dell’ottimismo, dovremmo auspicare che la risoluzione del conflitto fra questi attori sia negoziabile e possibile.

Ad oggi, tuttavia, l’ipotesi conflittuale appare quella più probabile – anche se una valutazione democratica della reale forza dei contendenti e una loro battaglia puramente politica è comunque una possibilità, probabilmente la migliore per il paese.

L’unico appunto in questo senso è tratto dalla prima intervista ufficiale del nuovo inviato speciale per il Corno d’Africa del governo statunitense, Jeffrey Feltman, il quale ha dichiarato: “se le tensioni in Etiopia dovessero sfociare in un conflitto al di là del Tigrai, la Siria [e la sua guerra civile, NdR] sarà simile ad un gioco da bambini in confronto.”

Tutto ciò senza considerare il ruolo dell’Eritrea e di Isaias Afewerki negli affari etiopici, così come la possibilità che attori internazionali intervengano a spostare l’ago della bilancia del conflitto.

1 COMMENTO

  1. L’articolo è interessante, ma trascura un aspetto fondamentale: la popolazione del Tigray ha subito delle violenze gratuite inenarrabili ed i soldati tigrini stanno combattendo per difendere il loro territorio. I soldati eritrei sono invece solo dei mercenari. Il loro costo porterà l’Etiopia del presidente Aby alla rovina. Secondo me, l’unica prospettiva realistaica per il Tigray è la costituzione di uno stato indipendente. A questo punto, dopo l’immane crisi umanitaria, le differenze culturali e di mentalità tra Tigrini ed Amara sono ancora più profonde per un ricongiungimento del Tigray nella federazioen etiopica. Il Tigray ha una maggiore capacità di organizzare il popolo e la propria resilienza sociale. Anche gli Oromo non disdegnerebbero uno stato indipendente, ma la questione nodale è la capitale Addis Abeba che è in territorio Oromo (Fin Finne in oromo) ma che gli Amara non riconoscono come tale e per il momento puntano più a condizionare il governo di Aby, ma mi pare una strategia perdente, come lo è sempre stata in passato. Va inoltre sottolineato che il radicalismo etnico, nonostante in passato sia stato tenuto sotto controllo, riemerge ogniqualvolta il potere centrale vacilla. Il presidenet Aby ha dimostrata una notevole superficialità ed incapacità di gestire le pressioni provenienti dal basso per una vendetta contro il TPLF che covava da decenni. Il sogno accarezzato da tempo da parte di molti Amara di tornare ai tempi dell’imperatore si stanno infrangendo in una tragedia nazionale che segnerà il paese forse per sempre.

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