In un video registrato un mese fa e pubblicato solo lo scorso 7 maggio, il patriarca della Chiesa Ortodossa Etiopica, Abuna Mathias, ha pubblicamente definito l’operazione militare in Tigrai come un “genocidio”. Abuna Mathias, di origine tigrina, aveva già denunciato il regime del Derg nel 1980 e fu costretto perciò a vivere per più di trent’anni fuori dal paese, come riportato dall’UNHCR.

Nel messaggio, lungo 14 minuti e in lingua amarica, consegnato all’americano Dennis Wadley, a capo dell’organizzazione statunitense Ponti della Speranza ed amico personale del patriarca Mathias, quest’ultimo afferma anche che questa non è la prima volta in cui ha provato a denunciare le violenze commesse, venendo sistematicamente censurato.

Senza formulare alcuna specifica accusa, il patriarca ha affermato che “molti atti barbarici sono stati condotti” in tutta l’Etiopia in questo periodo ma che “ciò che sta accadendo in Tigrai è un atto della più assoluta brutalità e crudeltà”.

Il patriarca non accusa mai in modo diretto le autorità del governo etiopico, né menziona il ruolo dell’Eritrea e delle milizie Amhara, chiedendosi tuttavia provocatoriamente il perché di una volontà genocida sulla popolazione del Tigrai.

La Chiesa Ortodossa etiopica si stima abbia all’incirca 50 milioni di fedeli, e quindi quasi la metà della popolazione locale, collocandosi certamente come la confessione numericamente più consistente dell’Etiopia.

Le dichiarazioni di Abuna Mathias sono stata subito riprese da Berhane Gebre-Christos, membro del TPLF ed ex ministro degli Esteri etiopico, il quale ha invocato l’intervento del popolo e della comunità internazionale contro i colpevoli di questo crimine.

Non è tardata la risposta delle autorità governative, caratterizzata tuttavia da toni pacati, che, in un’intervista alla BBC hanno definito le dichiarazioni del patriarca come “un affare della chiesa [in cui, ndr] lo Stato non interviene”.

Una dichiarazione, quella del governo, che s’inserisce in un contesto di continue tensioni politiche sul piano nazionale, dove il 1° maggio la Camera Bassa etiopica ha annunciato di aver iscritto tanto il TPLF (Tigray Popular Liberation Front) quanto l’OLA (Oromo Liberation Army) nelle liste delle organizzazioni terroristiche. Decisione che ha portato il ministro della Giustizia a rassicurare i cittadini soprattutto dei Tigrai e dell’Oromia, affermando che questi non subiranno nessuna conseguenza da questa decisione.

Per quanto la proposta debba ancora entrare in vigore, il governo ha già affermato che questa si applica anche ad organizzazioni ed individui che collaborano, o hanno legami, con le due organizzazioni terroristiche.

Al contrario, invece, il Centro di Comunicazione e Informazione del Tigrai – organizzazione tigrina di opposizione basata negli USA – ha affermato che la decisione assunta dal governo porterà ad arresti di massa e sequestri di beni.

Tanto la decisione del governo sulla condanna delle organizzazioni tigrine ed oromo, quanto le dichiarazioni del patriarca Mathias, rischiano in questa fase di allontanare ulteriormente i colloqui di pace e la normalizzazione della situazione in Tigrai e nel resto del paese, quando oramai le elezioni nazionali, le prime da quando Abyi Ahmed è salito al potere, distano meno di un mese. La situazione generale in Etiopia dunque non accenna a stabilizzarsi e, forse, le elezioni del prossimo giugno potrebbero nuovamente incrementare la tensione.

1 COMMENTO

  1. Il popolo Etiope ha un profondo sentimento religioso ed è molto osservante. In teoria, le dichiarazioni dell’Abuna Mathias potrebbero rappresentare un elemento di ulteriore complicazione della crisi Etiopica, ma la netta e totale presa di distanza del sinodo dei vescovi delal chiesa Copta dalla p posizione del loro patriarca rischia di creare una spaccatura e anche molta confusione nella gente. In Tigray sono stati uccisi numerosi sacerdoti e diaconi nelle chiese e talora nel mezzo dell’espletamento delle loro funzioni religiose. Dal momento che il presidente Aby non è cristaino copto ma è un seguace della chiesa evangelica pentecostale (i cui seguaci, chiamati in Etiopia “Pente” sono una sparuta minoranza), la mancanza di una condanna nei confronti dell’uccisione dei sacerdoti in Tigray potrebbe accendere il dissenzo nei suoi confronti da parte della gente comune, soprattutto degli Amhara che sono anch’essi in gran maggioranza ferventi seguaci delle fede Copta. Questa situazione, secondo me, non faciliterà lo svolgimento di regolari elezioni che, al netto dei problemi con gli Oromo (in maggioranza mussulmani), non danno nessuna garanzia di regolarità e che comunque registreranno quasi sicuramente una bassa affluenza alle urne. Il rischio di brogli è perciò molto alto ed aver messo l’UE in condizione di non poter inviare i propri osservatori (non gli è stato concesso l’uso dei telefoni satellitari) prelude a situazioni imprevedibili in relazione anche all’exit strategy che le truppe eritree hanno avviato con la distruzioen del ponte sul F. Mareb, che segna il confine tra Etiopia/Tigray ed Eritrea e che interrompe una importantissima via di collegamento tra i due paesi. La posizione del Presidente Aby si sta indebolendo ogni giorno sempre di più anche per la mancanza di una strategiadi pace visto l’innegabile fallimento di quella militare. La sopsensione di fondi di sostegno da parte di USA, UE ed altri stati farà il resto.

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