Il 10 maggio in Etiopia il procuratore generale di Addis Abeba, Getachew Ambaye, ha divulgato un comunicato in merito alle indagini condotte in seguito alle denunce relative ai massacri denunciati in più località del Tigrai nel corso del conflitto ancora in corso.

Secondo il procuratore, gli investigatori hanno raccolto le deposizioni di 95 testimoni, oltre alle prove documentali raccolte in loco, affermando che il TPLF avrebbe impiegato nella regione circa 2.500 paramilitari reclutati tra la popolazione civile e addestrati dalle locali forze di sicurezza.

Secondo la versione del procuratore generale, queste unità paramilitari sarebbero state addestrate allo specifico scopo di condurre azioni di resistenza all’interno delle principali città della regione, ricevendo un addestramento modesto e frettoloso.

Le forze dell’esercito federale etiopico (ENDF), secondo quanto dichiarato dal procuratore generale, sarebbero entrate ad Axum il 19 novembre del 2020, restando nella città sino al giorno 27, quando avrebbero lasciato il centro abitato per concentrarsi su altri obiettivi nella regione.

Un totale di 6 vittime civili sarebbero state registrate in questa settimana di permanenza delle forze dell’ENDF nella città di Axum, di cui 5 per cause che la corte riconduce ad errori della stessa artiglieria federale e uno nel corso di uno scontro a fuoco a seguito del mancato rispetto del coprifuoco.

Il giorno 27, quando le unità dell’ENDF hanno lasciato la città, un piccolo contingente di militari eritrei si sarebbe accampato sulle alture circostanti e allo stesso tempo il TPLF avrebbe diramato un’informazione falsa facendo credere che queste unità fossero giunte in prossimità della città di Axum per arrendersi. Questa comunicazione avrebbe spinto una parte dei paramilitari del TPLF, oltre ad elementi delle loro forze speciali, ad intraprendere un’azione ostile contro le forze eritree, mentre l’ex sindaco di Axum avrebbe provveduto alla distribuzione di circa 400 armi leggere nelle vicine campagne. Lanciandosi poi all’attacco delle forze eritree.

Gli scontri si sarebbero protratti dalle 6:00 del mattino sino alle 14:00, quando le forze dell’esercito federale sarebbero rientrate con urgenza nella città di Axum dopo aver appreso degli scontri in atto.

93 persone, tra popolazione civile e combattenti, avrebbero perso la vita durante gli scontri e, secondo le risultanze del procuratore generale, la maggior parte di questi sarebbe stata parte delle forze paramilitari organizzate dal TPLF.

Il procuratore generale ha riportato poi di aver raccolto la denuncia di 116 vittime di stupro, e le autorità di polizia sarebbero riuscite a identificare numerosi tra militari e membri delle forze dell’ordine coinvolti nella conduzione dei crimini. La competenza sui crimini commessi dalla polizia è stata trasferita alla procura regionale mentre nel caso dei crimini commessi dai militari dell’ENDF la competenza è stata passata alla procura militare.

Il procuratore generale ha tuttavia aggiunto che le indagini sugli stupri e le violenze sono state rese difficili dal gran numero di criminali che il TPLF avrebbe rilasciato dalle locali prigioni, vestendoli con uniformi dell’ENDF e della polizia federale, spingendoli a commettere ogni tipo di crimine nell’intento di attribuire alle autorità federali la responsabilità degli stessi.

Le indagini sono ancora in corso, ha concluso il procuratore generale, soprattutto raccogliendo le testimonianze delle locali autorità religiose in merito alle violenze commesse in prossimità dei luoghi di culto nel centro della città.

Ulteriori indagini sono in corso nelle strutture ospedaliere e sanitarie, per raccogliere la testimonianza del personale medico e sanitario, al fine di accertare la natura dei ricoveri registrati e i numeri delle vittime e dei feriti.

Il comunicato del procuratore generale ha generato, come prevedibile, considerazioni e giudizi di diversa natura. Da un parte, soprattutto in seno alla cerchia di sostegno all’ex TPLF, è stata immediatamente sollevata l’obiezione dell’imparzialità nella conduzione dell’inchiesta, respingendo di fatto ogni elemento della stessa. In Eritrea, al contrario, il documento è stato positivamente accolto e indicato come la prova atta a scagionare qualsiasi responsabilità delle forze dell’Asmara nelle violenze consumatesi nella città di Axum.

In termini generali, ovviamente, non è possibile esprimere alcun giudizio in merito alla precisione e all’obiettività dell’indagine del procuratore generale etiopico, non disponendosi di alcun elemento per la validazione o la confutazione delle fonti di prova impiegate. Al tempo stesso, tuttavia, è possibile sottolineare alcune incongruenze nel comunicato diramato il 10 maggio, non  certamente a favore della versione fornita dal governo di Addis Abeba.

In primo luogo viene espressamente citata la presenza di un “piccolo” contingente di militari eritrei che avrebbe preso posizione sulle alture di Axum alla data del 27 novembre, quando sino ad oggi la presenza dei militari dell’Asmara era stata ammessa solo ed esclusivamente lungo la linea di confine tra i due paesi, in posizione di rimpiazzo nelle installazioni lasciate dall’ENDF. La città di Axum, a circa 70 chilometri dal confine con l’Eritrea, non può certo essere definita come “area di confine”, e quindi la presenza delle unità militari eritree in loco rappresenta un elemento di contraddizione nella versione fornita dalle autorità federali.

L’ammissione delle violenze e degli stupri da parte del procuratore generale, infine, viene accompagnata dal sospetto che a condurre questi crimini siano stati detenuti locali liberati dal TPLF e vestiti con uniformi della polizia federale dell’ENDF. Un tentativo di scagionare i propri militari, che in questa versione dei fatti rischia di essere poco sostenibile, screditando la credibilità dell’intero documento sull’investigazione.

Le autorità di Addis Abeba, per evitare qualsiasi accusa di parzialità e risultare credibili sul piano internazionale, dovrebbero predisporre con urgenza una commissione investigativa aperta ad esperti internazionali, abbandonando l’infruttuosa politica della conduzione nazionale in quanto considerata come espressione di fatti connessi non già ad un conflitto ma ad una operazione di polizia.

Il documento del procuratore generale etiopico divulgato lo scorso 10 maggio , in sintesi, allo stato attuale rischia di essere interpretato più come un’ammissione di colpevolezza che non come la prova atta a scagionare le responsabilità della polizia federale e dell’ENDF, incrementando in tal modo la pressione da parte delle comunità internazionale sulla chiarezza dei crimini commessi nella regione del Tigrai.

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