Secondo fonti del canale statunitense CNN il governo americano sarebbe certo del perdurare della presenza delle truppe eritree in Etiopia, nel territorio del Tigrai, dove sarebbero ancora impegnate in attività militari contro le milizie del disciolto TPLF.

L’impegno per il ritiro delle unità dell’Eritrean National Defence Force (ENDF, l’esercito eritreo) dal Tigrai non sarebbe stato quindi rispettato secondo l’amministrazione statunitense, mentre si aggrava la posizione tanto dell’Eritrea quanto dell’Etiopia in merito alle accuse di violenze sulla popolazione civile.

Allo stesso tempo, il Congresso degli Stati Uniti starebbe facendo pressioni sulla Casa Bianca per l’imposizione di sanzioni connesse alla questione dei diritti umani nel Tigrai, tanto verso l’Etiopia quanto in direzione dell’Eritrea.

Gregory Meeks, il capogruppo dei democratici, e Mike McCaul, esponenti di spicco dei repubblicani al Comitato per gli Affari Esteri del Parlamento, guidano la mozione bipartisan per chiedere al presidente Biden l’imposizione di sanzioni per i crimini commessi nella regione, nell’ambito di quanto prescritto dal Global Magnitsky Act.

Vengono espressamente menzionate dai due politici statunitensi tanto l’Eritrea quanto l’Etiopia come responsabili delle violenze commesse nella regione del Tigrai, sostenendo che le truppe di Asmara siano ancora impegnate nel conflitto in corso della regione e che non si siano ritirate entro i propri confini come annunciato alcune settimane fa.

Allo stesso tempo, i due esponenti politici affermano nel loro comunicato come la sfera delle responsabilità del conflitto includa il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigrai (TPLF), resosi responsabile anch’esso di violenze sui civili, in tal modo accogliendo le obiezioni spesso formulate dall’Etiopia e dall’Eritrea.

Nessun commento ufficiale, invece, è giunto in questa settimana dal Dipartimento di Stato, dove il Segretario di Stato Blinken ha comunque più volte espresso la propria posizione nel corso degli ultimi mesi, nella convinzione di una responsabilità congiunta di Etiopia ed Eritrea nella conduzione delle violenze e nel ritenere come ancora presenti ed attive nelle regione le forze militari di Asmara.

Numerosi esponenti della diaspora eritrea negli Stati Uniti e in Europa hanno manifestato la loro opposizione contro le sanzioni – anche e soprattutto quelle già adottate dall’Unione Europea – organizzando manifestazioni e campagne petitorie, giudicate tuttavia spesso scarsamente credibili sotto il profilo della spontaneità.

Il 7 maggio, infine, il rappresentante speciale statunitense per il Corno d’Africa, l’Amb. Jeffrey Feltman, si  è recato in Eritrea, dove ha incontrato il presidente Isaias Afeworki, al termine di una missione regionale che lo ha portato a visitare anche l’Egitto, il Sudan e l’Etiopia.

L’incontro è durato quattro ore e non sono trapelate informazioni dettagliate in merito ai contenuti del colloqui bilaterale. Hanno preso parte all’incontro anche il Ministro degli Esteri Osman Saleh e il consigliere presidenziale Yemane Ghebreab.

La visita di Feltman in Etiopia e in Eritrea è stata anticipata da numerosi commenti negativi nella rete dei social media delle comunità dei due paesi, tanto in loco che della diaspora, dove l’Ambasciatore USA è stato spesso accusato di essere un simpatizzante del TPLF.

La visita in Eritrea, sebbene non se ne conoscano i particolari, ha invece rappresentato un elemento importante nello sforzo tanto degli Stati Uniti quanto dei paesi della regione di trovare una soluzione che permetta di favorire la fine del conflitto nel Tigrai e il ritorno della stabilità. La tradizionale ritrosia eritrea al dialogo con gli Stati Uniti è stata in questa occasione superata e positivamente orientata in direzione di un dialogo e di uno scambio di pareri che risulta in questa fase tanto necessario quanto urgente.

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