Il Presidente della Somalia Farmajo ha lasciato al Premier Roble la conduzione a Mogadiscio (22 maggio) dei colloqui consultivi con i leader degli Stati federali – alcuni dei quali presenti nella capitale sin dal 19, altri giunti strada facendo. Vi prendono parte sia i Governatori più allineati al Governo quali Galmudug, Hirshabelle e Sudovest, sia quelli più riottosi ovvero Oltregiuba e Puntland. Ai colloqui è presente anche il sindaco di Mogadiscio Filish: un passo verso l’opposizione che chiede colloqui più inclusivi, per superare le divergenze.

Frasi del genere suonano sempre un po’ trite e occorre verificare vi sia infine davvero l’accordo alle elezioni. Pur in ritardo di 48 ore, il fatto che i colloqui si siano davvero svolti è un successo per Roble. È anche una iniezione di ottimismo in un processo dapprima entrato in stallo e poi avvitato verso l’abisso. Conclusa la prima giornata i lavori sono stati aggiornati all’indomani; si cerca di evitare veti contrapposti e il precipizio.

Non è purtroppo un mistero come questo continui ad esercitare una sinistra attrazione per taluni maggiorenti della politica somala e per diversi interessati spettatori esterni. Quel che è vissuto come un risultato positivo all’interno – ad esempio perché tra le fila dell’opposizione ha l’avallo dell’ex Presidente Sheikh Ahmed, mentre non è ben chiara la posizione del suo omologo Sheikh Mohamud né quella dell’ex Premier Ali Khaire – è invece ancora giudicato al di fuori con molto scetticismo.

In essenza le difficoltà riguardano: il destino delle truppe federali nel Gedo; il ruolo complessivo dell’Esercito, dopo gli ammutinamenti; la composizione della Commissione Elettorale; i rapporti con il Somaliland – Roble ha incontrato a Gibuti quel Presidente Bihi, ma la trentennale dichiarazione di indipendenza di Hargheisa (18 maggio) è intanto salutata dagli onori della stampa britannica e keniota che continua a sostenervi il processo elettorale concorrente (fine maggio-giugno); è infine da ricucire il rapporto con i donatori esterni irritati dalle ultime vicende: in particolare con gli USA che hanno duramente condannato le mosse del loro concittadino Farmajo. Quei Comandi militari non fanno mistero dell’interlocuzione diretta tenuta con diversi leader locali.

Farmajo continua dal canto suo a respingere ogni responsabilità propria e a insistere sulle elezioni dirette e universali come strumento principe per trasferire il potere e per sottrarre alle élite il controllo che essa mantiene sulla politica a discapito della popolazione. L’affermazione è populista e – seppur in apparenza lapalissiana e innocente – serve a nulla concedere a quanti ne reclamano le dimissioni avendo egli indebitamente avallato il rinvio di elezioni che comunque restano indirette. Farmajo ascrive invece tuttora i gravi ritardi alla responsabilità di Puntland e Oltregiuba, decisi a ostacolare il Governo federale e dividere la Nazione. L’orizzonte resta dunque il suffragio universale in un Paese unitario: con tutta evidenza queste sono le sue linee programmatiche, che egli ritiene sostenute da una silenziosa maggioranza.

A fronte delle critiche ricevute ha intanto gettato la spugna e rinunciato all’incarico l’Inviato Speciale dell’Unione Africana Mahama, ex Presidente ghanese inviso proprio alle Istituzioni federali. La sua rinuncia pare eliminare un elemento di tensione in un momento delicato. Non manca chi però vi intravede un effetto della mano tesa da Farmajo ai rivali emiratini, per bilanciare la pressione qatariota verso il dialogo.

Altrove nel Paese continuano a rilevare le attività terroristiche degli Al Shabaab. Essi hanno rivendicato l’attacco compiuto nel Medio Scebelli con un ordigno posto al ciglio di una strada percorsa da forze di polizia: 4 le vittime. In Kenya inoltre, nella contea di Lamu frontaliera con la Somalia un episodio simile con una imboscata tesa a una pattuglia vi ha provocato 7 vittime, evento anche questo rivendicato. Altri 5 poliziotti sono stati feriti nella contea di Mandera, sempre dal lato keniota della frontiera. Una esplosione mirata ha infine colpito a morte un funzionario a Mogadiscio, il 21 maggio.

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