Il generale Berhanu Jula, capo di stato maggiore dell’Esercito etiopico, avrebbe formalmente chiesto il 25 maggio al suo omologo a capo delle forze armate eritree di ritirare tutte le proprie unità dal territorio del Tigrai.

L’informazione, riportata da alcune testate internazionali (https://www.bloombergquint.com/onweb/ethiopian-army-chief-asks-eritrea-to-withdraw-troops-from-tigray), sarebbe stata divulgata anonimamente da una fonte interna al ministero della difesa etiopico, secondo il quale la decisione sarebbe da porre in relazione alla decisione degli Stati Uniti di imporre ampie sanzioni al paese in conseguenza del perdurare del conflitto nella regione del Tigrai e, soprattutto, della presenza militare eritrea.

La presenza militare di Asmara nella regione del Tigrai è stata all’inizio del conflitto fermamente negata tanto dall’Etiopia quanto dall’Eritrea e poi ammessa lo scorso marzo con l’impegno all’immediato ritiro, mai avvenuto. Un comportamento che ha destato imbarazzo a livello internazionale, incrementando esponenzialmente i sospetti in merito alle responsabilità sulle numerose violenze denunciate nella regione del Tigrai, e sulle quali le autorità di giustizia etiopiche hanno avviato indagini.

I risultati preliminari delle inchieste sui crimini di guerra e la pressione degli USA e dell’Unione Europea, anche attraverso l’irrogazione di sanzioni, hanno determinato per il governo di Addis Abeba un complesso quadro tanto all’interno del paese (nel rapporto con gli Amhara e con una diffusa conflittualità etnica in tutto il paese) quanto sul piano regionale nell’ambito dell’alleanza stipulata con l’Eritrea per la conduzione del conflitto contro il TPLF.

Una crisi che rischia di travolgere il governo del premier Abiy Ahmed, ma prima ancora il delicato equilibrio dei rapporti con l’Eritrea, evoluti in chiave di forte imbarazzo per Addis Abeba e determinanti nell’approvazione delle sanzioni da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.

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