Il 24 maggio l’Eritrea ha festeggiato il 30° anniversario dell’indipendenza nazionale, con un programma di celebrazioni tenutesi tanto nel paese quanto tra le comunità della diaspora, soprattutto in Europa e Nord America.

Il clima festoso delle celebrazioni è stato tuttavia adombrato dal proliferare delle notizie connesse alle violenze nella regione etiopica del Tigrai, e al sospetto di un ruolo dell’Eritrea nella conduzione di alcune di queste.

Pur continuando ad adottare sul piano internazionale una strategia caratterizzata dal minor profilo possibile, il ruolo dell’Eritrea nel conflitto della regione etiopica del Tigrai continua ad occupare le pagine della stampa globale, determinando un crescente sentimento di condanna, poi sfociato nelle pronunce del governo degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.

Mentre l’Etiopia ha adottato una strategia di comunicazione impostata all’apertura e alla manifestazione di un proprio impegno nelle indagini sulle violenze commesse, in parte ammettendo anche un proprio ruolo nella responsabilità delle stesse, l’Eritrea continua al contrario ad adottare una strategia di comunicazione impostata ufficialmente sul silenzio, solo sporadicamente interrotto da rari comunicati del ministero dell’Informazione.

Queste sporadiche forme di comunicazione indiretta, intese come elementi di chiarificazione semi-ufficiale, mancando tuttavia tanto l’obiettivo di raggiungere e informare la stampa, quanto quello di stabilire una linea di comunicazione politica sul piano internazionale, paradossalmente incrementando l’isolamento del paese.

Nel solco di questa strategia, il 29 maggio scorso il ministero dell’Informazione ha pubblicato un articolo dal titolo “Un nuovo standard: affermazioni straordinarie e prove minime”, a firma di Bana Negusse, che, citando sua volta un recente articolo di Ann Fitzgerald e Hugh Segal dal titolo “Etiopia: un nuovo spazio di battaglia per procura?”, intende sostenere la tesi di una macchinazione mediatica atta a distorcere la verità sul conflitto nel Tigrai.

L’articolo, prendendo spunto dalla denuncia lanciata dal quotidiano inglese Daily Telegraph in merito ad un presunto utilizzo del fosforo bianco nel conflitto del Tigrai, sostiene che il TPLF e la sua rete di sostenitori internazionali sia impegnato in una campagna di disinformazione sul conflitto, acriticamente accettata dalla comunità internazionale con l’intento di colpire l’Etiopia e l’Eritrea.

La sostanza della strategia comunicativa dell’Eritrea, quindi, è quella di sostenere la sussistenza di una responsabilità e un ruolo aggressivo del TPLF – nell’ambito di un contestuale progetto di destabilizzazione regionale – sventato solo grazie all’intervento militare. Responsabilità delle élite politiche tigrine che, lamenta l’Eritrea, non sono prese in alcuna considerazione dalla comunità internazionale nella formulazione del giudizio complessivo sulla crisi del Tigrai.

Per quanto lecite e plausibili siano le argomentazioni eritree in merito alla sussistenza di una responsabilità del TPLF nella genesi del conflitto dello scorso novembre, ciò che la strategia di comunicazione eritrea tende ad ignorare è il peso delle successiva responsabilità nella conduzione del conflitto che grava oggi tanto sull’Etiopia quanto sull’Eritrea. Il sospetto, fondato o meno, che entrambi i paesi abbiano largamente ecceduto i normali limiti della conduzione di un’operazione militare, permettendo – o addirittura favorendo – eccidi, stupri e violenze sulla popolazione civile in conseguenza di una strategia di persecuzione etnica, è oggi largamente radicato nel convincimento della comunità internazionale.

Tacciare in tal modo come distorsione della realtà ogni tentativo di addebito di queste responsabilità, dopo aver taciuto e negato la presenza delle proprie unità militari nel conflitto, sottraendosi al contempo ad ogni forma di confronto in merito alle vicende che hanno caratterizzato il conflitto in Tigrai, rischia di rivelarsi una strategia fallimentare per gli interessi dell’Eritrea.

Alla luce di quanto emerso dalle prime attività investigative condotte dalla stessa Etiopia, è improbabile che la comunità internazionale possa dimostrarsi propensa a recedere dal proprio intento di fare chiarezza e giustizia sulle violenze perpetrate in Tigrai. Una strategia costruita sul silenzio e la percezione di una manifesta reticenza, pertanto, non può che aggravare la posizione dell’Eritrea, potenzialmente incrementandone anche il peso delle responsabilità oltre l’effettiva misura.

L’#Eritrea festeggia il suo 30° anniversario dell’indipendenza ma cresce sul piano internazionale la pressione degli #USA e dell’#UE in merito alle accuse di violenze perpetrate nel #Tigrai. La strategia del silenzio adottata da #Asmara è pericolosa e rischi di rivelarsi controproducente.

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