Il 3 giugno l’ufficio del primo ministro dell’Etiopia ha diramato un lungo comunicato stampa per fornire alcuni aggiornamenti sulla questione della crisi in Tigrai, con lo scopo soprattutto di fornire risposte alla pressante campagna internazionale sulle questioni dei diritti umani, del perdurare delle violenze e sulla spinosa questione della presenza e del ruolo delle forze armate eritree.

Il documento richiama inizialmente l’attenzione sulle responsabilità del TPLF nel corso degli ultimi trent’anni di storia del paese, accusando espressamente l’ex partito di governo tigrino di violazione dei diritti umani, di corruzione e di abuso di potere. I vertici del TPLF hanno perseguito un’agenda insurrezionale e di costante sfide alle autorità federali, culminata nell’attacco al Comando delle Forze Nord dell’esercito etiopico lo scorso novembre.

La risposta militare da parte del governo federale è stato un atto dovuto, sostiene il documento dell’ufficio del Primo Ministro, e l’operazione di polizia condotta per il ripristino della legalità è stata caratterizzata da continui attacchi delle forze del TPLF, che hanno poi saputo organizzare una campagna di disinformazione internazionale grazie alle ingenti risorse economiche illegalmente accumulate all’estero e che hanno costituito il fondo attraverso il quale sono stati remunerati i sostenitori internazionali dell’organizzazione.

Il TPLF ha continuato a condurre attacchi contro le forze militari federali e i rappresentanti delle istituzioni centrali, venendo quindi designati come organizzazione terroristica.

Questi elementi del processo di crisi, lamenta il comunicato, sono stati quasi sempre ignorati dalla comunità internazionale, dando copro ad una narrativa della crisi nel Tigrai che non è funzionale agli interessi della locale popolazione e dell’intera comunità dell’Etiopia.

Una campagna stampa di “demonizzazione” del primo ministro, continua il documento, è stata attuata senza comprendere le reali dinamiche della crisi scatenata dall’azione del TPLF, che ha determinato una pericolosa fase di destabilizzazione potenzialmente capace di portare alla disgregazione dello Stato.

Il primo ministro Abiy Ahmed, al contrario, è impegnato nella gestione di questa gravissima crisi nell’interesse dei 100 milioni di cittadini etiopici, e respinge con fermezza le accuse di genocidio sollevate da più parti tra le file dei suoi oppositori e ricorda come le autorità di governo abbiano collaborato e stiano continuando a collaborare per la soluzione della crisi e per fornire ogni necessario elemento di chiarezza.

Il documento continua poi articolando in diversi paragrafi le principali questioni connesse all’impegno del governo, a partire dall’assistenza umanitaria condotta attraverso la consegna di generi alimentari e medicinali che in due turni totalizza 8,8 milioni di beneficiari. Queste azioni si svolgono anche grazie al coordinamento delle principali agenzie umanitarie internazionali, in oltre 93 distretti della regione.

In tal senso, il documento contesta fermamente l’impiego di una strategia di pressione costruita sulla minaccia della fame contro la popolazione locale.

Al fine di coordinare l’azione del governo e delle organizzazioni umanitarie internazionali è stato costituito a Macallè un Centro di Coordinamento per l’Emergenza (ECC), e i progressi compiuti sono stati riconosciuti anche dall’ONU e dall’Unione Europea.

Le procedure di autorizzazione di accesso degli operatori alla regione, un tempo autorizzate caso per caso, sono state adesso sostituite da un processo di approvazione generale al fine di coordinare meglio la fornitura di prodotti alimentari e non alimentari, e circa di 202 membri dello staff delle agenzie ONU e delle ONG internazionali, compresi più di 80 giornalisti, hanno avuto accesso al Tigrai per sostenere e coordinare le risposte di emergenza nella regione.

La maggior parte della regione è adesso accessibile, riuscendo ad accelerare la consegna delle forniture alimentari e non alimentari, nonostante la costante minaccia di attacchi da parte del TPLF, che impongono l’adozione di scorte armate.

Per quanto concerne le azioni volte alla ricostruzione della regione, prosegue il documento, è stato costituito un comitato ministeriale con il compito di supervisionare tutti gli aiuti internazionali, che agisce in stretta collaborazione con l’UNDP, la Banca Mondiale e l’Union Europea.

Progressi si registrano anche nel ripristino della sicurezza. Secondo il governo sono solo due le aree del Tigrai dive il TPLF continua a porre una minaccia alle autorità federali, mentre oltre 4.000 poliziotti regionali hanno ripreso servizio assicurando il controllo delle principali città e villaggi.

Ampio spazio è stato poi dedicato nel documento a quella che il governo etiopico definisce senza mezzi termini come “disinformazione nello spazio mediatico”, sostenendo il perdurare di una campagna di discredito attuata dal TPLF e fortemente sostenuta all’estero attraverso le ingenti risorse economiche dedicate alla specifica attività.

Vengono in particolar modo negate le informazioni relative all’impiego di armi chimiche, così come quelle che vengono definite come manipolazioni audio dei discorsi del primo ministro Abiy Ahmed, veicolando all’estero una narrativa non rispondente alla realtà.

Il documento prosegue poi fornendo chiarimenti in merito alla questione delle elezioni nazionali previste per il 21 giugno, per la gestione delle quali il governo si dichiara impegnato nell’organizzazione di ogni necessario programma atto a favorire un voto libero e pluralista.

Anche il lavoro delle commissioni di giustizia sulle indagini per i crimini commessi in Tigrai procedono in piena regolarità, concentrandosi tanto sui crimini commessi dal TPLF che quelli perpetrati dalle forze militari federali.

Il governo, sostiene il documento, ha dimostrato il proprio impegno nel voler condurre indagini imparziali e precise, autorizzando anche l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e la Commissione Etiopica per i Diritti Umani a condurre un’indagine congiunta.

Il governo ha ammesso che, nonostante le forze armate siano state specificamente istruite in merito alle regole d’ingaggio, purtroppo si sono verificate violazioni di queste norme, perseguendo i colpevoli a termini di legge.

I procuratori militari hanno sporto denuncia contro 28 soldati che sono sospettati di aver ucciso dei civili al di fuori delle normali operazioni militari, mentre i processi a carico di questi sospetti sono in corso e i verdetti dovrebbero essere pronunciati a breve. I procuratori militari hanno anche sporto denuncia contro 25 soldati che sono sospettati di aver commesso atti di violenza sessuale e stupro, e anche questi processi sono in corso. Tre soldati sono stati invece già condannati per stupro e un soldato è stato condannato per aver ucciso un civile.

La polizia militare sta indagando su diversi altri casi in cui sono state riportate accuse credibili di crimini simili, mentre le autorità regionali stanno indagando su diverse denunce e accuse di aggressioni sessuali e stupri riportati in varie parti della regione.

Il primo rapporto di grandi crimini e atrocità che è emerso nello stato regionale del Tigrai riguardava l’uccisione di diverse centinaia di civili nella città di Maikadra, dove una squadra di investigatori della polizia federale e procuratori sono stati dispiegati per condurre un’ampia indagine in cui sono state raccolte le testimonianze di 256 testimoni. Riesumando e conducendo indagini forensi sui resti delle vittime (condotte da un team medico di esperti forensi), la squadra investigativa ha accertato che 229 persone sono state uccise e diverse vittime hanno subito gravi ferite, mentre la squadra investigativa ha identificato 202 persone che si ritiene abbiano preso parte alla conduzione di questo crimine, e 23 sono stati già arrestati.

Un ulteriore rapporto su grandi crimini e atrocità riguarda gli incidenti occorsi nella città di Axum a fine novembre, e la squadra investigativa composta da polizia federale e procuratori è tuttora impegnata nelle indagini, che sembrano indicare come 110 civili siano stati uccisi. Nessuna menzione viene fatta nel documento al ruolo dell’Eritrea o alle sue responsabilità.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here