Mark Lowcock, direttore dell’agenzia ONU per gli affari umanitari, ha affermato l’11 giugno che “adesso in Etiopia c’è una carestia nel Tigrai”. L’affermazione è stata fatta al summit del G7, ed è basata sulla valutazione svolta dall’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), un’agenzia sostenuta dall’ONU.

La smentita del governo etiopico non si è fatta attendere e durante la stessa giornata questo ha catalogato la dichiarazione come “infondata”. Il portavoce del Ministro degli Esteri ha poi affermato che il governo sta fornendo aiuti alimentari alle persone in necessità e che sta anche distribuendo in loco prodotti agricoli, come semi e fertilizzanti, per l’imminente stagione delle piogge.

La valutazione condotta dall’IPC, tuttavia, è di orientamento diverso, almeno a livello tecnico. L’analisi divide in cinque fasi l’insicurezza alimentare e stando ai dati di maggio l’area tigrina (includendo le aree confinanti con le regioni di Amhara e Afar) viene così divisa: vi sono 5.5 milioni di persone (il 61% della popolazione) nella fase 3  – che stanno quindi  affrontando alti livelli di acuta insicurezza alimentare – e 2.1 milioni nella fase 4 – in emergenza vera e propria. Il dato più preoccupante, però, è che 350.000 persone sono nella fase 5, catalogata come catastrofe: un termine che significa, di fatto, carestia.
Il rapporto dell’IPC conclude chiarificando che questo “non è stato approvato dal governo etiopico”.

Secondo alcuni analisti della regione, inoltre, la valutazione dell’IPC potrebbe anche aver sottostimato la reale diffusione della carestia, in quanto le squadre che hanno condotto il sondaggio non hanno avuto accesso ad alcune aree della regione.

Secondo l’Atlante Umanitario del Tigrai, pubblicato dall’Università di Gent, la popolazione tigrina è sostanzialmente divisa in tre aree: un terzo del totale della popolazione vive in aree controllate dal governo etiopico, un altro terzo è sotto occupazione delle forze eritree – alleate del governo ma che non permettono alle agenzie umanitarie l’accesso al territorio – e circa 1.5 milioni vivono in aree rurali controllate dai ribelli del disciolto TPLF.

Secondo quanto indicato dall’Atlante Umanitario del Tigrai, inoltre, molte grandi aree coltivabili sarebbero state abbandonate per mancanza di semi, fertilizzanti o strumenti per l’aratura. Allo stesso tempo, la misura emergenziale del governo etiopico per l’insicurezza alimentare – il Productive Safety Net Programme – ha visto le proprie strutture e servizi distrutti dalla guerra, rendendo sostanzialmente dipendente l’area dagli aiuti internazionali.

La soluzione indicata dall’ONU per impedire quella che definisce come la possibilità di una pericolosa carestia è quindi quella di un cessate il fuoco nella regione, per impedire in tal modo l’abbandono dei campi e favorire la ripresa delle attività agricole. Il governo etiopico ha tuttavia affermato che sono in corso imminenti operazioni militari, che renderanno impraticabile un cessate il fuoco, mentre il ministro degli esteri eritreo ha affermato – in risposta alle richieste di ritiro da parte degli Stati Uniti – che l’amministrazione Biden “alimenta così ulteriore conflitto e destabilizzazione”. Gli stessi vertici dell’ex TPLF si sono detti favorevoli a qualsiasi proposta di aiuto, sebbene senza menzionare la possibilità di una tregua.

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