Il 17 giugno l’ambasciatrice dell’Eritrea alle Nazioni Unite, Sophia Tesfamariam, ha presentato una lettera di denuncia indirizzata al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e ai vertici delle agenzie umanitarie, in risposta alle accuse mosse all’Eritrea di aver intenzionalmente utilizzato la carestia come arma contro le comunità ribelli del Tigrai.

I fatti contestati si riferiscono alla riunione informale in presenza che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha organizzato lo scorso 15 giugno, nell’ambito del quale il sottosegretario generale per gli Affari Umanitari, Mark Lowcock, e il direttore del World Food Program, David Beasley, sono intervenuti per fornire un parare in merito agli sviluppi della crisi nella regione etiopica del Tigrai.

L’Eritrea, ha denunciato l’ambasciatrice Tesfamariam, non è stata invitata a presenziare in questa riunione, nonostante fosse stata chiamata in causa dagli oratori.

L’occasione, ha ribadito l’ambasciatrice eritrea, è stata arbitrariamente sfruttata per lanciare gravi e circostanziate accuse al proprio paese, intenzionalmente impedendo ogni possibilità di replica da parte dell’Eritrea, che si è trovata in tal modo esposta alle accuse dei due funzionari senza che il benchè minimo contraddittorio potesse essere assicurato a beneficio della platea.

A tal uopo, l’ambasciatrice Tesfamariam, ha volto precisare con la sua replica quattro specifiche questioni, in risposta a quanto esposto da Lowcock e Beasley nella precedente audizione.

La prima riguarda l’opposizione da parte dell’Eritrea alla modalità di organizzazione della riunione del 15 giugno scorso, che è stata a suo giudizio intenzionalmente organizzata in modo da esporre il proprio paese al giudizio critico degli oratori, senza tuttavia concedere alcuna capacità di replica da parte dell’Eritrea, attraverso una manipolazione dell’ordine del giorno.

La seconda concerne invece uno dei punti trattati da Lowcock e Beasley, in merito all’accusa all’Eritrea di aver impedito l’accesso degli aiuti umanitari nella regione, utilizzando “il cibo come arma di guerra”. Circostanza che l’ambasciatrice ha seccamente smentito, citando peraltro una precedente comunicazione del 16 aprile scorso al Consiglio di Sicurezza, nella quale di denunciava il tentativo di accusare l’Eritrea di crimini contro l’umanità, trascurando al contrario le circostanze che avevano spinto il paese a “ricorrere a misure legittime di autodifesa”.

La terza è invece un atto d’accusa contro Mark Lowcock, indicato dall’ambasciatrice Tesfamariam come un simpatizzante della causa del disciolto partito di governo tigrino TPLF, a favore del quale avrebbe condotto “una campagna di advocacy” sfruttando la propria posizione al vertice della agenzia per gli affari umanitari OCHA.

La quarta, infine, è invece un’accusa rivolta più in generale al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, reo di aver voluto sostenere l’agenda politica personale di Mark Lowcock anticipandone l’incontro e fornendo una piattaforma sicura e del tutto incontrastata per formulare le proprie accuse contro l’Eritrea.

Per quanto legittime sul piano formale, le repliche dell’ambasciatrice Tesfamariam continuano a non sortire alcun concreto effetto politico in conseguenza della politica di reticenza da parte dell’Eritrea in merito al proprio coinvolgimento del conflitto nel Tigrai.

La scelta del governo eritreo di assumere un profilo del tutto asettico rispetto al più ampio e generale dibattito internazionale relativo al conflitto, infatti, si ritorce contro il paese in misura tale da rendere vano ogni tentativo di replico in sede ONU o più in generale nel dibattito con comunità internazionale.

L’ammissione indiretta del proprio ruolo nel conflitto del Tigrai a sostegno delle forze federali etiopiche, unitamente all’incertezza connessa alle procedure di ripiegamento delle proprie unità militari dalla regione, hanno nuovamente determinato un atteggiamento critico verso l’Eritrea sul piano internazionale, nell’ambito di una crescente mole di accuse connesse a violenze, stupri e massacri indiscriminati.

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