Il ministero degli Esteri dell’Eritrea ha replicato con una nota scritta al rapporto presentato dallo Special Rapporteur delle Nazioni Unite sull’Eritrea, già evocativa dal titolo scelto, “Voci non possono essere presentate come fatti”.

Il documento, anticipato dalla missione permanente di Asmara presso l’ONU di Ginevra il 21 giugno, è stato poi ufficialmente diramato nella sua versione completa il giorno successivo dal ministero degli esteri eritreo, venendo pubblicato poi sul sito del ministero dell’informazione.

Il testo del documento eritreo è articolato in cinque paragrafi, ognuno articolato in più punti, dedicati rispettivamente al contesto delle accuse, alla questione dei diritti umani in Eritrea, al quadro della stabilità regionale, alla cooperazione internazionale e alle conclusioni.

L’Eritrea accusa il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU di aver confezionato “ancora una volta” un rapporto errato nelle sue conclusioni, insistendo nel reiterare le accuse mai circostanziate dei precedenti documenti redatti dal Consiglio, spinto da una motivazione politica alimentata da alcuni paesi europei e dall’ex giunta tigrina del TPLF, negando fermamente la sussistenza di un “problema dei diritti umani” nel paese.

Il rapporto, in particolar modo, contesta le modalità di esecuzione dell’indagine condotta dallo staff dello Special Rapporteur, sostenendo che i dati impiegati per suffragare le accuse siano stati raccolti solo attraverso fonti terze, rifugiati, voci di stampa e in generale non attraverso un’analisi dettagliata in loco.

Nel negare quindi fermamente la sussistenza di un problema connesso con i diritti umani, l’Eritrea ribadisce il proprio impegno nel promuovere il ruolo della legge, rigettando anche e soprattutto le accuse di discriminazione di genere mosse nel documento delle Nazioni Unite.

Il documento specifica anche come l’Eritrea sia pienamente impegnata nel processo di attuazione delle molte riforme definite nel corso degli ultimi anni, che vengono implementate nonostante le difficoltà oggettive presentate dalla contestuale presenza dell’emergenza pandemica.

In particolar modo, il servizio militare nazionale viene confermato come di durata massima di 18 mesi, sebbene sia stato prolungato in conseguenza dell’occupazione del territorio eritreo da parte dell’Etiopia successivamente agli accordi di Algeri, non rispettati dall’allora vertice politico dominato dal TPLF.

Viene respinta ogni accusa relativa alla trasformazione del servizio militare nazionale in lavoro forzato per i giovani eritrei, così come quelle di una consistente migrazione del paese proprio per evitare il servizio militare stesso. Ulteriore enfasi viene posta sulle libertà fondamentali riconosciute dal governo eritreo, tra cui quelle di culto, del pensiero, espressione e di associazione.

In merito alle dinamiche delle crisi regionali, il terzo paragrafo del documento è pressoché integralmente dedicato alla descrizione della minaccia e degli effetti della crisi generata dall’azione del TPLF tigrino, senza mai citare in modo esplicito la partecipazione eritrea al conflitto, e quindi negando qualsiasi addebito in relazione alle violenze e alla violazione dei diritti umani contestate all’Eritrea da numerosi attori internazionali.

Un paragrafo specifico è dedicato al rapporto dell’Eritrea con Gibuti, definito come parte di un generale miglioramento e certamente lontano dallo stato di tensione che lo aveva caratterizzato in passato e che il rapporto dell’ONU insiste di voler ritenere ancora dominante. L’Eritrea nega infine specificamente di trattenere prigionieri di guerra gibutiani.

La sezione finale del documento richiama all’impegno dell’Eritrea alla cooperazione con la comunità internazionale in diversi settori, denunciando ancora una volta l’adozione da parte di alcuni stati europei di un atteggiamento di ingiustificata ostilità verso il paese.

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