Getachew Reda, il portavoce del TPLF, ha reso note le condizioni alle quali il Tigrai accetterà il cessate il fuoco dichiarato da Addis Abeba il 28 giugno scorso. Con una nota pubblicata su Twitter domenica 4 luglio, Reda ha esplicitato ben sette condizioni alle quali il governo federale dell’Etiopia deve sottostare affinché il governo del Tigrai accetti di fermare le ostilità.

La situazione in Tigrai sembrava già cristallizzata dal ritiro e dalla tregua unilaterale sancita dal governo federale dopo la conquista di Macallè da parte delle forze del TDF (Forze di Difesa del Tigrai, le quali uniscono combattenti TPLF e non-TPLF). Tuttavia sembra potersi dedurre da questa dichiarazione che il TDF percepisca il proprio vantaggio sull’alleanza etiopico-eritrea come decisivo, tanto da poter dettare i termini di un accordo.

La controffensiva lanciata dal TDF, denominata Alula, ha infatti portato sia all’abbandono di Macallè da parte delle etiopiche, così come alla liberazione delle città di Scirè, Aksum e Adua dalle forze eritree, le quali stanno stabilendo un perimetro di sicurezza intorno al confine. Il TDF dunque ad oggi controlla la maggior parte del territorio in Tigrai, dopo 8 mesi di conflitto.

’attuale governo del Tigrai aveva definito la tregua, lunedì scorso, uno “scherzo malato”. Tuttavia la posizione del governo del TPLF è mutata, con ogni probabilità in considerazione delle precarie condizioni della popolazione e del rischio concreto di una carestia di enormi proporzioni.

La dichiarazione con le condizioni per l’accettazione della tregua specifica inoltre come sia “imperativo che le organizzazioni umanitarie siano lasciate libere di operare” e che il supporto del governo del Tigrai sarà totale. Questo supporto, tuttavia, sarà assicurato solo dinanzi ad “una garanzia inviolabile” che una seconda invasione non avverrà.

Il comunicato del TPLF, per accettare e rispettare la tregua, pone sette specifiche condizioni: (1) il ritiro immediato delle forze militari e di intelligence del governo federale, Amhara ed eritree, (2) richiesta di una commissione di inchiesta presieduta dall’ONU per indagare sui crimini di guerra e le accuse di crimini contro l’umanità, pulizia etnica e genocidio della popolazione del Tigrai, al fine di accertare la colpevolezza di Abiy Ahmed e Isaias Afewerki, (3) permettere un accesso illimitato alle agenzie umanitarie, la liberazione dei prigionieri di guerra e un rimborso per i danni causati dal conflitto, (4) che siano ripristinati i voli internazionali, l’elettricità e le telecomunicazioni, (5) ripristinare il budget della regione tigrina e il rispetto della Costituzione, (6) che siano rese nulle tutte le decisioni riguardanti il Tigrai dal 25 settembre 2013, (7) la creazione di un organismo internazionale indipendente che monitori l’implementazione di queste condizioni.

Non è chiaro come e quante di queste condizioni possano essere accettate dal governo di Addis Abeba, che implicitamente ammetterebbe di aver perso la guerra, mentre allo stesso tempo appare improbabile ogni ipotesi di controffensiva, che sarebbe certamente accompagnata dalla reazione della comunità internazionale. Il documento trasmesso dal governo del Tigrai con le sue richieste, in tal modo, mette “all’angolo” il governo federale etiopico costringendolo a scegliere fra due soluzioni equamente svantaggiose.

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