La settimana scorsa ha visto il conflitto in Tigrai andare definitivamente oltre i confini della regione: da una parte verso l’Amhara e dall’altra verso l’Afar. Ancora non ci sono notizie certe riguardo all’esito dei combattimenti.

Per quanto riguarda l’Afar il portavoce delle forze tigrine, Getachew Reda, ha affermato: “Non siamo interessati a nessuna conquista territoriale in Afar, siamo più interessati a deteriorare le forze combattive del nemico”. In Amhara invece il presidente della regione, Agegnehu Teshager, ha rilasciato domenica 25 una dichiarazione che è sostanzialmente una chiamata alle armi generalizzata, sia per le forze di sicurezza che per la popolazione civile. La quale ha fatto eco a quella di venerdì 23 del presidente dell’Afar.

In Afar sembra che il conflitto sia più esteso, anche se ad oggi non è chiaro con precisione quali zone siano interessate maggiormente. Una delle voci che circolano, ancora non verificata, è che le forze tigrine abbiano attaccato dei civili, mentre al tempo stesso sembrerebbe che il TDF sia oggetto di numerose incursioni aeree.

Per quanto riguarda le forze federali la mobilitazione militare annunciata la settimana scorsa sta raccogliendo altre adesioni: oltre all’Oromia, al NNPS (Nazioni, Nazionalità e Popoli del Sud) e al Sidama, anche il Benishangul-Gumuz, la regione Somali, il Gambella e l’Harari questa settimana hanno aderito alla chiamata di Addis Abeba.

Secondo alcuni analisti la situazione in Afar potrebbe però essere la chiave per trasformare il conflitto da regionale a nazionale. Le forze tigrine, infatti, hanno attaccato la regione orientale in quanto questa ha una doppia valenza strategica. Da una parte infatti l’Afar è il corridoio per cui passa il 95% del traffico merci etiopico per poi sfociare nel confinante Gibuti, il principale porto a cui fa riferimento l’Etiopia sin dagli anni 2000. Un suo blocco potrebbe dunque risultare in un serio problema economico per Addis Abeba, in un conflitto che si stima ad oggi sia costato già 2,5 miliardi di dollari. Dall’altra parte l’Afar è anche il corridoio attraverso il quale gli aiuti umanitari arrivano in Tigrai. Il World Food Programme, il quale gestisce la maggioranza di questi aiuti, ha però fermato la propria azione dopo che domenica 18 luglio un suo convoglio di nove camion è stato attaccato nella regione del’Afar. Alcune voci affermano che quest’attacco sia da attribuire alle milizie governative, ma queste notizie non trovano ancora conferma. La strategia del TDF potrebbe quindi avere una doppia valenza: cercare di strangolare economicamente Addis Abeba e allo stesso tempo garantirsi gli aiuti umanitari per evitare di restarne pericolosamente sprovvisti in un momento di grande incertezza.

Matt Bryden, analista per il think tank Sahan Research, ha affermato la settimana scorsa che “a meno non vi sia un drammatico cambiamento presto, l’Etiopia potrebbe essere sul sentiero verso il fallimento dello Stato” […] “cinque anni fa l’esercito etiopico era il più potente della regione. Il fatto che non sia stato in grado di mettere in sicurezza il Tigrai mostra quanto questa situazione si sia deteriorata”. Per quanto un simile allarmismo appaia esagerato, gli ingredienti per determinare una crisi di ampie proporzioni si stanno progressivamente materializzando: il prossimo passo potrebbe quindi essere la guerra civile, ma questa forse è già in atto.

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