Sarebbero almeno 20 i morti provocati dagli scontri armati in corso nello stato sudanese del Kordofan, dove le tribù arabe Hamar e Misseriya si contendono le misere risorse del territorio in una interminabile conflitto.

La violenza sembrerebbe aver raggiunto l’apice nella giornata del 29 luglio, in prossimità della città di al-Nahoud, ancora una volta degenerando da contrasti connessi allo sfruttamento delle terre coltivabili.

Le violenze della regione sono tradizionalmente alimentate dal contrasto tra le comunità arabe e quelle africane, e più in generale tra le comunità stanziali dedite all’agricoltura e quelle nomadi dedite all’allevamento. Il generale clima di instabilità artificialmente alimentato nella regione dal precedente regime di Omar al-Bashir, ha portato progressivamente ad un tale livello di impoverimento capace di alimentare scontri anche all’interno delle stesse comunità, come nel caso degli ultimi scontri.

Queste sanguinose lotte determinate dalla povertà vengono trasposte sul piano politico attraverso l’azione di alcuni movimenti locali, di cui solo alcuni hanno accettato l’offerta di negoziato da parte del governo federale, mentre altri sono rimasti all’opposizione.

È difficile attribuire a queste formazioni una precisa rilevanza e rappresentatività nell’ambito di una così complessa e conflittuale matrice sociale, sebbene intenso sia il dibattito politico, ancorché spesso clandestino.

Il 29 luglio, ad esempio, i leader del Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan-Nord, Abdelaziz El Hilu, e quello del Movimento di Liberazione del Sudan, Abdelwahid El Nur, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta al termine di un summit della durata di cinque giorni, organizzato in una località segreta nei pressi di Kauda, nella regione dei Monti Nuba.

La riunione, intesa a determinare il contesto delle richieste dei due movimenti per valutare una eventuale partecipazione al dialogo di riconciliazione nazionale – intenzione non dichiarata ma semplicemente sottintesa – ha stabilito che il secolarismo, la riforma delle istituzioni in chiave pluralista (con il riconoscimento del ruolo delle donne) e quella del settore della difesa in chiave unitaria, rappresentano i capisaldi per la stabilità di lungo periodo del Sudan.

Il Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan-Nord ha accennato ad una volontà di rispettare i principi stabiliti nella piattaforma negoziale di Juba, ma ha anche ribadito la necessità di provvedere all’immediata riforma del settore della sicurezza e all’integrazione di tutte le milizie all’interno di un esercite centrale a guida federale. Integrazione che allo stato attuale è ben lontana dal potersi dire avviata, in conseguenza del tentativo di alcuni esponenti militari al vertice delle milizie di conservare l’autonomia e la personale capacità di gestione degli interessi connessi al ruolo delle milizie stesse.

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