Il 30 luglio una delegazione governativa eritrea si è recata in visita in Sudan, per discutere dell’evoluzione delle dinamiche regionali e soprattutto delle tensioni innescate dal conflitto nella regione etiopica del Tigrai.

La delegazione, guidata dal ministro degli Esteri di Asmara, Osman Saleh, e dal consigliere presidenziale Yemane Ghebreab, si è incontrata con il primo ministro Abdalla Hamdok, in un clima che il ministro dell’informazione eritreo Yemane Meskel ha definito cordiale, favorendo una discussione ampia e sincera sui rapporti bilaterali e sulle questioni regionali di comune interesse.

Al netto delle incoraggianti parole del ministro Meskel, che ha genericamente riferito di scambi relativi all’evoluzione delle sfide interne ed esterne del Corno d’Africa, la visita si inserisce in un momento di particolare gravità per la sicurezza regionale, denso di timori tanto da parte dell’Eritrea quanto del Sudan.

Sebbene non siano trapelate indiscrezioni circa lo specifico oggetto dell’incontro, alcune fonti di stampa etiopica hanno definito la missione a Khartoum come espressione della specifica volontà del presidente eritreo Isaias Afwerki, lasciando intendere che non sia stata parte di una visita diplomatica di routine quanto piuttosto di una specifica missione atta a stemperare le crescenti tensioni nel Tigrai e soprattutto nelle aree di confine con il Sudan.

Secondo fonti di stampa riconducibili tanto al Sudan quanto al TPLF – e di cui non è possibile verificare in alcun modo l’attendibilità – elementi delle forze armate eritree sarebbero nuovamente impegnati nel Tigrai al fianco delle forze militari Amhara, nel tentativo di impedire la riconquista delle aree occidentali del Tigrai e ricostituire in tal modo l’integrità territoriale dello stato. Questa circostanza, unitamente all’incremento della capacità offensiva tigrina nella regione dell’Afar, desta preoccupazione in Eritrea, nel timore di una successiva possibile espansione della conflittualità lungo le aree di confine con l’Eritrea.

Il Sudan, inoltre, viene considerato dall’Eritrea come sempre più allineato con le posizioni degli Stati Uniti e dell’Egitto, non solo in relazione alla questione della diga del GERD – dove, anzi, la posizione del Sudan è stata orientata più alla moderazione – ma anche per la complessa e delicata crisi dell’area dell’al Fashaga.

La crisi del conflitto nel Tigrai, oltre alla disastrosa disfatta militare delle forze etiopiche ed eritree, ha determinato il biasimo della comunità internazionale dando avvio ad una nuova fase di isolamento tanto dell’Etiopia quanto dell’Eritrea, interessate a partire dallo scorso maggio da nuove sanzioni irrogate dagli Stati Uniti.

In questo rovesciamento dei fronti, dove le forze del TPLF sembrano disporre di una limitata rinnovata capacità offensiva, l’Eritrea avverte il peso di una dinamica di crisi in evoluzione, che potrebbe compromettere la stabilità di frontiera a lungo cercata attraverso gli accordi sottoscritti due anni fa con Abiy Ahmed, e poi rovinosamente mancata attraverso l’improvvida – e mai dichiarata – campagna contro il TPLF in Tigrai.

In quest’ottica, e soprattutto alla luce dei rapporti ormai molto tesi tra Etiopia e Sudan – il confine terrestre di Galbat è chiuso ormai da due settimane in seguito all’arresto di un ufficiale sudanese – l’Eritrea cerca di mantenere le proprie relazioni bilaterali con il Sudan entro il solco di una sempre più tenue normalità, rassicurando Khartoum in merito ai propri obiettivi in Tigrai.

Le fonti sudanesi hanno commentato molto asetticamente la visita della delegazione eritrea, senza attribuire alla stessa alcun particolare significato o valore sotto il profilo del rapporto politico. Un risultato molto distante rispetto ai toni conciliatori delle ultime visite bilaterali.

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