In Etiopia il conflitto in Tigrai ha oramai definitivamente sorpassato i confini regionali e per il governo di Abyi Ahmed e, forse, anche per quello di Isaias Afewerki si è legato a doppio filo alla loro stessa sopravvivenza politica.
Il 5 agosto il TPLF ha conquistato anche la città di Lalibela nel nord est dell’Amhara, una delle città più importanti per i fedeli cristiano-ortodossi etiopici e le cui chiese risalenti al XII secolo sono riconosciute sito UNESCO. 

L’obiettivo del TPLF, come già anticipato, è quello di forzare il governo federale a togliere l’embargo al Tigrai e a sedersi al tavolo delle trattative per trovare una soluzione politica al conflitto. Tuttavia, la risposta governativa è stata di segno diametralmente opposto. Il ministro per la democrazia Zadig Abraha ha negato infatti che vi sia mai stato effettivamente un embargo e che anzi il governo ha fatto tutto ciò che era in suo potere per facilitare le operazioni umanitarie. Questi è andato anzi all’offensiva, verbale, affermando che i tigrini invocano il discorso umanitario per vincere le simpatie della comunità internazionale.

Il Gen. Tsadkan Gebremichael, capo delle forze militari tigrine, ha affermato domenica 8 agosto che l’incursione nelle regioni confinanti al Tigrai mira a rimuovere l’ embargo, e ha rinnovato le richieste tigrine da soddisfare per dichiarare una tregua: (1) la fine della persecuzione dei tigrini, (2) il rilascio dei prigionieri politici e (3) un dialogo inclusivo per determinare il futuro della regione.

Il ministro federale per la democrazia ha poi replicato affermando che posizioni del TPLF “provengono da un falso senso di potere” e che i tigrini non sono nella posizione di negoziare, aggiungendo che “quando finiremo la pazienza, vedrete come li scacceremo da ogni città e villaggio sulla terra”. 

Al ministro ha fatto eco il presidente dell’Amhara, che venerdì ha annunciato come “i preparativi per invertire queste mosse (le offensive tigrine) sono in corso e una controffensiva partirà il prossimo sabato.” Il ministro degli esteri Demeke Makonnen ha poi aggiunto che il governo “è stato spinto a mobilitare e a schierare l’intera forza difensiva dello stato”, dato che non sono state fatte aperture verso una soluzione pacifica del conflitto.

La risposta del portavoce del TPLF Getachew Reda all’offensiva programmata per sabato 7 non si è fatta attendere: “gli daremo un caloroso benvenuto”.

Al tempo stesso, la situazione umanitaria in Tigrai continua ad essere catastrofica, e le stime del World Food Programme affermano che circa 400.000 persone soffrano per la carestia e che il 90% della popolazione tigrina necessiti di aiuti umanitari. Questi aiuti stanno continuando ad arrivare, ma le organizzazioni chiedono comunque un accesso facilitato e una maggiore collaborazione da entrambe le parti, che, come si deduce dalle dichiarazioni, non vedono la negoziazione come un’opzione credibile. Intanto, il governo federale ha fermato le operazioni di due organizzazioni umanitarie: Medici Senza Frontiere e il Consiglio dei Rifugiati Norvegese, accusandoli di disseminare informazioni false e di impiegare lavoratori stranieri senza regolare permesso.

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