Sarebbero oltre 200 i morti, in Etiopia, provocati dagli scontri in corso da oltre una settimana nella regione dell’Oromia, dove, secondo fonti locali, le milizie dell’Esercito per la Liberazione dell’Oromia (OLA) avrebbero occupato alcuni avamposti abbandonati dall’esercito federale nella parte occidentale dello stato regionale.

Il comandante dell’OLA, Kumsa Diriba, ha negato ogni addebito in relazione alle violenze, pur sostenendo come l’obiettivo del proprio gruppo armato sia quello di “rovesciare con le armi” il governo di Abiy Ahmed.

L’OLA, inserita dal governo di Addis Abeba nella lista delle organizzazioni terroristiche lo scorso maggio, ha stipulato un’alleanza con il TPLF nella lotta al governo federale, annunciandola pubblicamente lo scorso 11 agosto ed avviando poco dopo un’offensiva nelle regioni occidentali dello stato regionale dell’Oromia.

Allarmato dall’evoluzione della crisi in Etiopia, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, il 26 agosto ha affermato dinanzi al Consiglio di Sicurezza che il conflitto in corso nel paese ha assunto dimensioni di tali portata da far presagire la possibilità di una lacerazione profonda del tessuto sociale unitario del paese. Guterres ha apertamente denunciato la pratica della “profilazione etnica” nel conflitto in corso, senza menzionare alcun responsabile sebbene palesemente riferendosi alla questione dei cittadini di etnia tigrina.

“Sono in gioco l’unità dell’Etiopia e la stabilità della regione” ha aggiunto Guterres, chiedendo un cessate il fuoco immediato e l’avvio di un dialogo politico di riconciliazione nazionale, mentre appare evidente di giorno in giorno che le intenzioni espresse lo scorso giugno all’indomani dell’uscita delle forze federali da Macallè sono rimaste del tutto disattese.

Guterres ha anche criticato il blocco “di fatto” degli aiuti umanitari diretti in Tigrai, dove sei milioni di individui versano in una grave situazione sotto il profilo delle carenze alimentari e mediche.

Sono oltre 400.000 secondo l’ONU le persone che nella regione corrono un imminente rischio sotto il profilo della sicurezza e dell’alimentazione, mentre oltre due milioni potrebbero essere quelle interessate dalla crisi più in generale, tra sfollati e rifugiati. A questo si aggiunge il dramma delle violenze sulla popolazione civile, degli stupri commessi in modo sistematico e delle razzie, caratterizzando il quadro della crisi regionale in un contesto di assoluta urgenza.

“La fase militare della crisi è ancora in atto”, ha continuato Guterres, e anzi rischi di espandersi e interessare sempre più le regioni dell’Afar e dell’Amhara, dove scontri sono segnalati in più punti ben oltre le linee dei confini tra i singoli stati regionali e il Tigrai.

Il costo della guerra, inoltre, ha drenato secondo Guterres oltre un miliardo di dollari dalle casse dello stato federale etiopico, e non accenna a diminuire, a fronte di una sempre più difficoltosa capacità del governo di Addis Abeba di accedere al credito internazionale.

Ha risposto lo stesso giorno con una lettera a Gueterres Il presidente dello stato federale del Tigrai, Debretsion Ghebremichael, affermando come il TPLF sia interessato a definire una pace negoziata che possa porre fine a nove mesi di conflitto, purchè gestita attraverso una mediazione imparziale. Secondo Debretsion è palese l’intento di “sterminare i tigrini” attraverso la fame e le privazioni, così come l’impossibilità per l’Unione Africana di svolgere una credibile mediazione, avendo – secondo il TPLF – sostenuto il conflitto all’inizio dell’avventura militare del governo federale.

Appare difficile, allo stato attuale, ipotizzare la possibilità di colloqui diretti tra le autorità federali di Addis Abeba e quelle tigrine di Macallè, avendo il governo presieduto dal premier Abiy Ahmed inserito il TPLF e le sue milizie del TDF nella lista delle organizzazioni terroristiche. Qualsiasi ipotesi di negoziato diretto, oltre a rappresentare di fatto una re-legittimazione del TPLF, significherebbe per il primo ministro anche accettare l’opzione per un negoziato costruito sostanzialmente sull’ammissione della sconfitta militare, con il concreto rischio di avviare sul piano centrale dello stato una vorticosa crisi politica.

Il governo federale presieduto dal premier Abiy Ahmed, per il tramite del proprio ambasciatore alle Nazioni Unite, Taye Atske Selassie, respinge ogni accusa formulata da Guterres e dal TPLF, sostenendo al contrario che il flusso degli aiuti umanitari diretti in Tigrai è sistematicamente saccheggiato dalle milizie del TDF. Al tempo stesso, secondo le autorità di Addis Abeba, le forze tigrine si sarebbero rese responsabili anche dell’abbattimento di numerosi capi di bestiame di proprietà di allevatori Amhara, al solo scopo di privarli del sostentamento economico e alimentare.

 Il 25 agosto, infine, tanto gli Stati Uniti quanto l’Unione Europea hanno nuovamente denunciato l’ingresso di truppe eritree nella regione etiopica del Tigrai. Il Segretario di Stato Antony Blinken in particolar modo definisce ingente il numero dei soldati di Asmara che hanno varcato i confini del paese, in particolar modo in prossimità dei centri di Humera e Adi Goshu, mentre contestualmente il Dipartimento del Tesoro ha annunciato l’irrogazione di sanzioni contro individui del governo e delle istituzioni eritree accusati di crimini contro i diritti umani nell’ambito dell’operazione militare condotta in Tigrai.

Secondo quanto comunicato dal Dipartimento di Stato USA, inoltre, il primo ministro etiopico Abiy Ahmed avrebbe condotto una visita segreta ad Asmara il 17 agosto, mentre era in viaggio verso la Turchia, dove ha poi effettuato una visita ufficiale incontrando anche il presidente Recep Tayyp Erdogan. Nessuna informazione ufficiale sulla visita ad Asmara è trapelata né in Etiopia né in Eritrea, mentre gli Stati Uniti sospettano che lo scopo principale sia stato quello di coordinare lo sforzo militare congiunto in Tigrai.

Anche gli Stati Uniti, infine, tramite l’organizzazione USAID, si associano alla posizione del Segretario Generale dell’ONU Guterres accusando il governo federale di Addis Abeba di impedire il regolare afflusso degli aiuti umani tari nella regione del Tigrai.

Samantha Power, che dirige l’agenzia USAID, ha diramato un comunicato in cui ha descritto il flusso degli aiuti umanitari come completamente insufficiente, lasciando i magazzini vuoti e impedendo in tal modo la distribuzione alla popolazione civile. Il blocco degli aiuti, ha aggiunto la Power, non è dovuto alla scarsità delle derrate ma alle “continue ostruzioni” provocate dal governo etiopico.

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