Le autorità del Sudan hanno affermato di aver sequestrato il 5 settembre sull’aeroporto di Khartoum un carico composto da 72 involucri contenenti armi, appena sbarcati da un volo della Ethiopian Airlines.

Secondo le forze di polizia sudanesi le armi sarebbero state destinate a gruppi accusati di “crimini contro lo Stato”, mentre i responsabili della compagnia aerea etiopica hanno diramato un comunicato in cui affermano che le armi sequestrate sarebbero state parte di un lotto di fucili da caccia regolarmente dichiarati sui documenti di spedizione. Secondo quanto dichiarato dalla compagnia aerea etiopica, le armi sarebbero state depositate a lungo nei magazzini aeroportuali di Addis Abeba, per verifiche, e poi inviate al destinatario lo scorso 5 settembre. La compagnia ha anche aggiunto che il destinatario, di cui non ha fornito le generalità, avrebbe chiesto il rilascio delle armi sequestrate insieme al pagamento di una compensazione di 250.000 dollari.

Ad investigare sul caso è la speciale commissione che si occupa dell’indagine sulle responsabilità del precedente regime guidato da Omar al-Bashir, che sospetta un coinvolgimento nella faccenda di alcune fazioni ancora vicine all’ex dittatore. Le armi sarebbero state spedite dalla Russia in Etiopia nel maggio del 2019, e da qui inviate in Sudan lo scorso 5 settembre, registrate come fucili da caccia. Insieme a queste sarebbero presenti nei contenitori anche alcuni visori per l’impiego notturno delle armi. Secondo gli investigatori sudanesi, che non hanno fornito chiarimenti in merito al tipo di armi sequestrate, le stesse avrebbero potuto essere destinate a gruppi d’opposizione con l’intento di sobillare azioni ostili contro le autorità transitorie di governo.

Nessuna comunicazione ufficiale è stata invece fornita dal governo etiopico, mentre da più parti sui media regionali si sono fatte congetture in merito ad un possibile ruolo del governo di Addis Abeba per fomentare disordini nel paese.

Tali speculazioni, chiaramente riferite alle tensioni in atto tanto nell’area dell’al Fashaga quanto in quelle di prossimità della diga del GERD, sono state alimentate anche dalla notizia diffusa lo scorso 4 settembre dal comandante delle forze federali etiopiche nell’area di Metekel, il colonnello Seife Ingi, secondo il quale circa 50 mercenari al servizio delle forze del TPLF tigrino sarebbero stati uccisi in uno scontro a fuoco mentre tentavano di introdursi in territorio etiopico dal vicino Sudan. Tali mercenari, secondo quanto dichiarato dal militare di Addis Abeba, avrebbero avuto come obiettivo quello di attaccare la diga del GERD nella regione del Benishangul-Gumuz.

Il portavoce dell’esercito sudanese, il brigadiere generale Al-Tahir Abu Haja, ha seccamente smentito ogni coinvolgimento sudanese nella questione, definendo infondate le accuse mosse dall’Etiopia in direzione di un coinvolgimento del Sudan nella vicenda.

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